Il Centenario della scoperta

Da La Trebbia del 28 Gennaio 1923
In uno degli ultimi fascicoli della Rivista di Bergamo il dott. Gervasoni ricordava la ricorrenza del centenario della scoperta del «De Repubblica» di Cicerone fatta da Mons. Angelo Mai. Il Mai la cui fama s’era già diffusa anche all’estero per le sue mirabili scoperte, passato agli ultimi di ottobre del 1819 dalla sua carica di Prefetto della Ambrosiana di Milano, a quella di Prefetto della Vaticana, s’era dato subito, nella nuova sede, a continuare le sue ricerche. E quasi subito gli venne fra le mani un grosso volume membranaceo del sec.X proveniente dal Monastero di Bobbio, e contenente dei lunghi commenti di S. Agostino ai salmi. Egli intravvide sotto alla minuta scrittura medioevale alcuni resti di lettere bellissime grandi e quadrate di non dubbia antichità.
Cominciò allora, con la spugnetta intinta nell’acido fornito dalla noce di galla, a riuscitare ed a rinforzare i residue ferruginosi dell’antico inchiostro, raschiato per sovrapporvi un’altra scrittura, e pervenne finalmente con grande sua gioia a leggere in una pagina il nome di M.Tullio Cicerone e poco dopo il titolo De Repubblica. Allora mandò a prendere all’Ambrosiana un codice membranaceo e proveniente dallo stesso Monastero di Bobbio che egli ricordava di avervi visto e con grande pazienza andò, col suo solito ed infallibile sistema, resuscitando i morti e nascosti caratteri, rilevando tutto quanto era possibile rilevare dell’opera di Cicerone. Enorme fatica durò a riordinare le pagine che l’emanuense, trascrivendole, aveva mutate d’ordine lasciando parecchie e gravi lacune; e quando dopo un lavoro proseguito con grande amore e con intelligente cura, fu ben certo di poter donare al mondo gran parte dell’opera, ormai per sempre rimpianta perduta, lanciò la notizia che fu salutata con entusiasmo e ispirò al Leopardi una delle sue più belle liriche.

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