Nel monastero di Bobbio tesoro in cerca di sponsor

Dal Corriere della Sera del 14 agosto 2004

Il complesso medievale, abbandonato, è in vendita ma nessuno lo compra

dall’inviato Giangiacomo Schiavi

Bobbio (Piacenza) – L’ultimo custode è un esemplare da Wwf, specie da proteggere per attaccamento alla storia, alla muffa e alle ragnatele che assediano il convento. «Se scappo io, viene giù tutto», passa e chiude Paolo Burroni, che nel monastero di San Francesco ha compiuto ottant’anni e ci fa giocare i nipotini, che non potevano trovare di meglio: un edificio del milleduecento con chiostri, giardino, antico refettorio e affresco d’ordinanza.
Le guide turistiche segnalano con due righe di cronaca il caso della chiesa attigua usata come deposito di attrezzi e rottami, e qualcuno ci aggiunge un «purtroppo» oppure «è un peccato», però sono anni che va avanti così. «È in vendita», dice il marchese Obizzo Malaspina, legittimo proprietario, ma il piatto delle offerte piange su Internet. Il convento, che una leggenda attribuisce al santo di Assisi in pellegrinaggio ai tempi delle guerre tra marmaglie mercenarie, si consuma in una lenta decadenza, nessuno compra, nessuno interviene; costi d’acquisto, restauri e vincoli della soprintendenza lasciano soltanto centri di studi, relais et chateaux, sedi distaccate di università.
A Bobbio ci si china a sospirare sul passato, un passato reso grande da un monaco irlandese di nome Colombano, pellegrino in Francia e Germania, grande predicatore nemico dell’eresia ariana, confessore della regina Teodolinda e del re Agilulfo, fondatore di un monastero capace di radicare dal 614 studio, lavoro e preghiera nella valle che porta il nome del fiume Trebbia. Sospira lo storico locale che elenca come figurine Panini le chiese, i vescovi, gli abati, i nobili di tradizione millenaria; sospira il sindaco, che deve gestire bellezze artistiche con fondi sempre più scarsi; sospira il canonico della cattedrale che vorrebbe un ritorno di monaci per rioccupare le celle dei monasteri, chiusi da anni, come il seminario, il tribunale, le carceri, il commissariato di polizia. E sospira l’assessore alla cultura Bruno Ferrari, che nel monastero abbandonato di San Francesco ci ha portato un giorno Dario Fo, dopo la standing ovation per uno spettacolo di beneficenza con Franca Rame. Il Nobel lo ha guardato negli occhi e gli ha affidato una missione: «Bisogna recuperarlo, è una follia lasciarlo andare così ».
Luogo predestinato, come Bancor in Irlanda o Luxeuil in Francia, a brillare nei secoli perché custode di scritture e saperi antichi, Bobbio è un tesoro a cielo aperto che oggi cerca sponsor e attenzione per evitare un malinconico declino. Fa male vedere una discarica di tubi e lavandini nel convento dei monaci seguaci di Francesco, quelli che cercavano di ammansire i lupi e i guerrieri nelle valli insanguinate dalle battaglie tra Anguissola, Malaspina, Visconti e Dal Verme. Scivolati giù per i tempi fino a Napoleone, i hanno vissuto la spoliazione di Bobbio, la soppressione del monastero di San Colombano, della sede vescovile, il trafugamento di codici e il trasloco di libri e arredi. La vendita all’asta di muri e terreni portò il complesso di San Francesco al marchese Malaspina. Il convento rimase abitato per anni; quando ci si scaldava con la legna e si mangiava polenta c’erano ancora salariati e contadini.
«Da bambino ci spiavo le storie di vita dai giardini comunali», ricorda il regista Marco Bellocchio. «I miei occhi lo immaginavano un luogo di misteri, qui finiva la città, oltre c’era solo il verde dei campi». Bellocchio nel convento c’è tornato da grande, con gli allievi della scuola di cinema che dirige d’estate a Bobbio. Ci ha fatto un cortometraggio intitolato «L’affresco»: riappaiono i cappucci dei frati e rivivono le stanze buie del convento, mentre una ragazza dalla bellezza inquietante guarda il dipinto sul muro e ripete: «È bello, è molto bello». Vanni Casartelli, neurologo, amico del regista, conferma: «Nel monastero francescano ci abitavo con la famiglia; i ricordi sono belli perché inteneriscono, ma ad ogni temporale dovevo spostare il letto perché entrava l’acqua. Il dipinto l’ho trovato per caso in un momento di entusiasmo liceale, grattando coi tappi della Coca-Cola, pulendo il muro con cipolle e mollica di pane».
«Possibile che qualcuno non riesca a trovare il sistema per valorizzarlo? », si chiede Bellocchio. Il Comune potrebbe farlo, ma non ha i soldi per l’acquisto. Un tecnico ha fatto i conti: ammesso che si porti a casa per uno o due milioni di euro, ne servono tre volte tanti per risistemarlo. Il marchese Malaspina è più ottimista. «Gli acquirenti ci sarebbero, il problema sono i vincoli della sovrintendenza. Ma se non lasciano costruire nemmeno un bagno, che cosa se ne fa un privato?».
Esistono progetti e studi di fattibilità che alcuni architetti hanno redatto in passato: «Recupero per destinazione turistico-residenziale», «Progetto di centro per i servizi al turismo», «Ipotesi di sede della Comunità montana ». Carte, tante; risposte, nessuna. Qualcuno si era offerto per realizzare un albergo di charme: respinto con perdite. Il Comune appoggia l’idea di inserire il convento francescano in un percorso turistico, un gran tour della memoria che comprende già monastero e basilica con la crpta di San Colombano, cattedrale e castello malaspiniano. Ma la burocrazia è nemica delle buone intenzioni. Il castello di Bobbio non si può visitare perché mancano le guide. Ci sono i custodi, ma il mansionario prevede il loro utilizzo soltanto per l’ingresso al parco.
Si può sognare, allora, qualche mecenate della moda a caccia di antiche dimore o musicisti in cerca di luoghi dello spirito per continuare a sperare in un ricupero della chiesa e del vecchio convento che fra qualche mese, o anno, potrebbe avverare la nefasta profezia dell’ultimo guardiano-contadino. Sognare, come Maria Corti, la filologa dell’Università di Pavia che ai monasteri di Bobbio dedicò Il ballo dei sapienti, romanzo letterario intriso di ricordi e passioni. «…Anche i fari si consumano con l’andare del tempo e finire è il destino di tutto ciò che nasce: Bobbio decade, i suoi abitanti si amareggiarono e si annoiarono…», scriveva la grande linguista prima di arrivare a una folgorante proposta. «L’entusiasmo, si sa, produce cose imprevedibili: a Bobbio nacque l’università…La cultura, si pensò, è meditazione, scelta o imposta, ma fondamentalmente meditazione. Bene, dove i medioevali avevano creato i grandi monasteri, Bobbio, Nonantola, Farfa, Subiaco, Montecassino, dove il pensiero degli uomini aveva lasciato tali tracce che ancora le pietre lo trasudavano tra i muschi, si dovevano tenere quattro o sei anni gli studenti a vivere fra loro, dopodiché si sarebbero lanciati a fare i dirigenti d’azienda, di case editrici, di banche, di enti pubblici…». Maria Corti non c’è più, ma la sua idea va meditata. In silenzio. Come i medioevali di Bobbio, certamente, avrebbero fatto.

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