Le geminate

Una delle caratteristica del nostro dialetto, ma in generale di tutti i dialetti dell’Italia settentrionale, è la mancanza delle geminate (le doppie). La fonetica del bobbiese non conosce le consonati geminate quali esistono in italiano e le pochissime opere serie arrivate fino a noi ci confermano con gli scritti che le doppie non vengono considerate. Ma se negli scritti non vengono evidenziate come succede nella lingua italiana esistono esistano nei vari dialetti consonanti lunghe pronunciate con intensità maggiore delle altre, specialmente se sono consonanti finali. Porterò come esempio il vocabolo a bàla (la palla) che nel plurale diventa e bàl. Se ascoltiamo attentamente i vari modi personali di pronuncia noteremo che alcuni, facendo cadere l’accento tonico sulla àinterrompono in modo duro la parola con una lappena pronunciata, altri invece pronunciano la stessa lettera prolungandola e bàll (come succede anche nel dialetto milanese). Se è vero che un allungamento delle consonanti, soprattutto nel parlare veloce esiste, non vale la pena, dice Franco Vicoli, autore di una bellissima Grammatica Milanese, rappresentarlo nella scrittura come una doppia e porterebbe un lettore milanese a pronunciare la consonante con un effettivo prolungamento come in italiano.

Un’altra caratteristica da approfondire nella nostra parlata è il digramma gl davanti a i a e il trigramma gli davanti alle altre vocali.

Notiamo che nel dialetto molte parole come; voglia (vöia), foglia (föia), meglio (mèi), paglia (pàia), maglio (mài) e molte altre esprimono il trigramma gli con una semplice i ; nella parola figlio (fiö) vediamo che gli viene eliminato gettando sull’ultima vocale un accento forte. Nelle parole seguenti famiglia (familia), bottiglia (butìlia), triglie (trìlia), che nel plurale perdono la vocale che segue la a famìli, butìli, trìli, si vede la necessità di no n usare gl e così sembra in coniglio (cunìli), bisbiglio (bisbìli), sbadiglio (śbadìli), puntiglio (puntìli), consiglio (consìli), Naviglio (Navìli), smeriglio (śmerìli).

Ma analizzando il nostro dialetto non possiamo tacere che nella parlata, in certe situazioni la gliviene pronunciata; vediamo solo un esempio, che abbiamo evidenziato nel vocabolario: nel verbo embutliè in congiuntivo imperfetto si presenta in questo modo che lü l’embitili -ìsa e ciò comporta uno sforzo innaturale per pronunciarlo e quindi si esprime che lü l’embutiglìsa, sostituendo una i con un trigramma gli.

Anche nei plurali, pur sentendo nella pronuncia un suono prolungato, questo non viene scritto come ad esempio nella parola fraghìa che nella parlata suona e fraghì con un’interruzione durae secca come è in effetti il nostro dialetto

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