Ugo Bellocchio

IL RICORDO DI UN MAESTRO E DI UN UOMO

La testimonianza di due articoli apparsi sul nostro settimanale Diocesano “La Trebbia” indicano l’affetto e la stima che si era guadagnato il maestro Ugo Bellocchio. Nato a Bobbio il 16 luglio 1920 e spirato nel 2010

Dal mio maestro un’autentica lezione di pedagogia

Un affettuoso ricordo per il maestro Ugo Bellocchio

Scrivo di getto, spinto da un impulso irrefrenabile. Non ho mai scritto ad un giornale, eppure ora ne sento la necessità, il bisogno di scrivere qualcosa, non come testimonianza o ricordo, sarebbe troppo semplice e banale, ma come segno di affetto nei confronti di una persona che non è più tra noi. Un affetto che in tanti anni non è mai venuto meno, non ha subìto mai la minima incrinazione.

La notizia della scomparsa del nostro maestro mi giunge improvvisa, inaspettata, appresa dal nostro settimanale “La Trebbia”, dove peraltro, in qualche numero precedente era stata recensita la festa per il suo 90° compleanno.

Accanto ad un naturale sgomento e commozione, ecco che ritornano alla mente ricordi vissuti al tempo dell’infanzia. Ricordi che quasi prepotentemente si materializzano: episodi passati, squarci di vita in tempi lontani, riemergono dall’oblio, si accavallano, sempre comunque vivissimi.

Siamo nella seconda metà degli anni ’50, la scuola elementare di Bobbio in piazza S. Colombano, è gremita di alunni, ai primi di ottobre si inizia un nuovo anno scolastico, l’atmosfera è festosa, si è predisposti positivamente ad iniziare un anno di lavoro.

Anche il maestro Ugo si avvia verso la scuola, quest’anno seguirà i ragazzi in terza, gli stessi, dell’anno passato che poi accompagnerà fino alla fine del ciclo. Durante i mesi estivi ha pensato, ideato, programmato attività didattiche dense di idee che verranno poi sviluppate ed attuate in classe con gli alunni. Il maestro percorre quel centinaio di metri che da casa lo separano dalla scuola e pensa: “sì, sì, forse si può fare. Lo zio Balin (vecchio tipografo) mi ha regalato una piccola pressa a stampa, è già un po’ che ci penso, ci si potrebbero stampare i temi svolti dai ragazzi, penso che ne sarebbero molto contenti, si, si, è una buona idea”.

Così nasce il giornalino scolastico, un’edizione per ogni trimestre, interamente fatto da bambini di 8-9 anni: composizione, correzione, messa in macchina e stampa. Le nostre composizioni, i nostri “pensierini” potranno essere riletti dopo anni, io stesso conservo gelosamente questi piccoli opuscoli e rivedo i nomi di tutti i miei compagni. Dico “tutti” proprio perché da noi non esistono né il primo né l’ultimo della classe: tutti sono chiamati al massimo impegno, alla disponibilità, non c’è tempo per l’ozio, anche l’attività di gioco è subordinata in un certo senso a quella del lavoro.

Sorgono altre innumerevoli attività, sempre con la guida del maestro Ugo: la costruzione delle carte geografiche, dico proprio costruzione perché ce le siamo fatte noi, in bassorilievo con la creta fornita dalla fornace dei Signori Bianchi in Valgrana, fatte essiccare e dipinte coi colori a tempera, Italia, Europa, Asia, Americhe ed un preciso plastico della nostra città (nessuna casa esclusa).

Le briglie del torrente Bobbio ,”le cascate”, teatro dei nostri bagni estivi, ad un’attenta e stimolata osservazione, vengono ad assumere nuovi ed importanti aspetti come opere per la regimentazione del torrente, la caduta d’acqua ed il suo sfruttamento, il concetto di forza, l’osservazione della flora e della fauna acquatica, lo studio geometrico della briglia stessa. Il maestro Ugo utilizza spesso questo tipo di ausilio didattico, il grande libro della natura, dove i fenomeni si vedono, si toccano, si studiano; siamo abituati, sempre in rapporto alla nostra età, ad utilizzare il metodo dell’osservazione, dell’analisi e della sintesi, confrontandoci poi in colloqui fecondi, proprio in quei luoghi che videro la laboriosità dei monaci di Colombano. Eh si, il nostro maestro è proprio un maestro speciale, non c’è che dire. Ma cos’avrà poi di tanto così speciale uno che spesso va fuori dagli schemi codificati, che dà un’importanza relativa ai programmi ministeriali, che insomma, è diverso da tutti gli altri? E proprio a questo punto entra in gioco il concetto di “diversità”, peraltro anche oggi tristemente attuale. La diversità è intesa sempre come fenomeno di inferiorità, come qualcosa che va emarginato, combattuto, estromesso. C’è un altro insegnante “diverso”che ha pagato personalmente si chiama Don Milani è un sacerdote, abbiamo sentito parlare a scuola della sua esperienza di Barbiana.

Il maestro Ugo è consapevole di tutto ciò, certo sarebbe più facile rientrare nei ranghi, far propria la filosofia del “chi me lo fa fare”, scegliere la strada più comoda, ma i “Don Milani” sono pochi ed il nostro maestro appartiene certamente a questa categoria:” No, no, non posso cambiare, io sono fatto così, è nella mia natura. Poi con quale coraggio potrei guardare in faccia i miei ragazzi, dopo tutto quello che abbiamo fatto insieme … e poi vi sono ancora tanti progetti da realizzare. No, andiamo avanti.”

Il lavoro continua con più slancio, anno dopo anno fino al compimento del ciclo scolastico elementare per poi passare alla scuola media, accolti da altre due figure luminose della scuola bobbiese il preside Armani ed il professar Paramidani.

Ora a noi ormai ultrasessantenni, alcuni anche nonni, cosa resta di quei lontani anni? Cosa ci resta dell’insegnamento del maestro Ugo? La domanda sembra metterci in seria difficoltà. Ma analizziamo con calma: i pensieri, le idee, le proposizioni che egli ha avuto per noi, cosa sono se non un atto d’amore nei nostri confronti? Si, lui ci ha voluto bene e questo sentimento in tutti questi anni non è mai venuto meno, come peraltro il suo insegnamento di vita e così, come in quei lontani anni, ai primi di ottobre ci si incamminava verso la scuola, oggi il nostro maestro ha intrapreso un altro cammino molto più importante di quello terreno. Sicuramente la sua figura resterà sempre presente nei nostri cuori, come un faro luminoso che ci ha indicato e ci indicherà ancora il cammino fino al traguardo della vita.

A.C.

Se ne vanno ad uno ad uno i patriarchi della nostra città. Ha bussato alla porta del Cielo pochi giorni fa anche il m.o Ugo Bellocchio, memoria storica di Bobbio, un grande educatore.

I funerali sono stati celebrati martedì 5 ottobre “Giornata mondiale dell’insegnante”. Forse non a caso. Tra tante occasioni di feste e di ricorrenze, questa sfugge quasi certamente ai più. Lo sanno in pochi, forse pochissimi. Eppure potrebbe far riflettere molti di noi, insegnanti, genitori, educatori.

Chi insegna dice. Chi dice mostra. “Dire” deriva dal greco “mostrare”, indicare. Ciascun uomo parlando è maestro. La parola è strumento pedagogico per eccellenza. Non esiste disciplina senza maestri e discepoli; la conoscenza è trasmissione. La giornata mondiale dell’insegnante è la giornata mondiale di chiunque usi la parola per indicare il mondo a qualcun altro. Anzi la struttura stessa del mondo è pedagogica.

Il maestro-pedagogo è colui che guida il bambino, il ragazzo verso se stesso e verso il mondo che ci circonda. Dopo e insieme ai genitori, il maestro partecipa e aiuta a “leggere” la struttura del mondo. Ed è chiamato ad essere in una stessa persona padre e madre.

Ho avuto poche occasioni di incontrare questo eccellente parlatore, ma forse a sufficienza per intuire tutto il suo mondo che gli ribolliva dentro il cuore di appassionato maestro dei piccoli. Parlava a voce bassa, con calma, sembrava declamasse quanto gli urgeva dentro, frutto di tanti anni di contatto con i suoi scolari. Una voce musicale, armoniosa, calda. Soprattutto la convinzione che il suo “lavoro” di insegnante era il migliore possibile.

Un’esperienza faticosa sui monti, all’inizio della sua carriera (Ceci e Parcellara), in zone scomode, povere e impervie. E poi a Bobbio, la sua città di San Colombano, che Ugo amava visceralmente.

Tra quei piccoli, in affollate pluriclasse, stava maturando la convinzione che la vita è impegno, soprattutto che la vita è missione. Ancorato ad alcuni principi che si innervano e si incarnano nella coscienza di un insegnate appassionato come era Ugo Bellocchio.

Era convinto che lo sguardo di un maestro può regalare la felicità. Ed era anche convinto che un alunno “non amato” dal suo maestro andrà male, indipendente dalle sue capacità.

Insegnare è mettersi al servizio di ciò che di più vitale ha un essere umano, conservare e proteggere il nocciolo più intimo di una persona, cioè la sua individualità, le sue doti, la sua sensibilità.

Un insegnamento scadente, una pedagogia improvvisata, uno stile di istruzione cinico nei suoi obiettivi puramente utilitari sono rovinosi, distruggono la speranza alle radici.

Ugo Bellocchio era un estroso, un creativo. Seppe intuire i tempi nuovi che si avvicinavano.

Forse per la prima volta a Bobbio nella sua scuola entrava il giornale di classe. Una novità intelligente, che precedeva i tempi.

Quando i suoi alunni lo hanno festeggiato nel 90° compleanno, nel luglio scorso, si parlò a lungo di questo giornale che innovava insegnamento e approcio con gli alunni.

Educatore nato, conoscitore profondo della vita bobbiese, uomo di fede profonda. Intensa la sua devozione alla Madonna e al Patrono San Colombano. Negli ultimi giorni, al collo portava una corona, pregava e ricordava, forse presagiva.

Si spense serenamente, in un soffio, lucido fino all’ultimo istante, quando il buon Dio lo chiamò a sé.

Ai funerali celebrati nella “sua” basilica di San Colombano, il coro Gerberto, di cui per molti anni fece parte, gli fece risentire quel canto così caro a tutti: “O Signore delle cime…”. E’ stata un’ultima “invocazione”, che Ugo molte volte con passione aveva eseguito. Le parole vere per pensare il nostro “maestro” Lassù nel Cielo di Dio. Siamo vicini all’Enrica, a Pietro, a Silvia con grande affetto.

Guido Migliavacca

Gli scritti

PAOLINO POI DETTO PAUL

Era sbucato come uno sparviero dal cortile di casa che immetteva nell’orto. Agitatissimo, sospettoso aveva capito che nonno Angelo l’aveva avvistato.

L’ulienga era matura, i grappoli dorati pendevano dai tralci, con due balzi felini s’era arrampicato sulla pergola e si era disteso in uno dei punti più folti.

Nell’orto era comparso nonno Angelo munito di un paletto per il sostegno dei fagioli rampicanti. Cercava con miniziosa attenzione dove poteva essersi nascosto Paolino, non lo trovava né tra le fole dei fagioli, né tra quelle dei pomodori. Probabilmente gli sorse il dubbio di essersi sbagliato.

Stava ormai rinunciando alla ricerca quando dal terrazzo di casa udì mia sorella Itala gridare: “cosa fai Paolino pancioni sulla pergola?”

Il nonno si arrestò di botto, fece dietrofront sicuro di acciuffare il colpevole, ma Paolino con un balzo acrobatico riuscì miracolosamente a schivare il paletto del nonno e a fuggire. Dalla terrazza di casa mia Itala preoccupata diceva “ cosa ho fatto”…

Quando lo rividi gli chiesi: “ le hai prese? Volevi fare pancia e tasca”, e Paolino tranquillo “ è andata bene grazie al provvidenziale intervento di zia Natalina”.

Poi io gli domandai se l’avesse rimproverato e lui mi rispose: “ avrei preferito due vergate”.

LA TIPOGRAFIA

Certo che ricordo Avevo dodici anni settantadue in meno di quanti ne ho oggi.

Ero apprendista nella tipografia di mio zio Giovanni (u Balin)-

Si stampava “La Trebbia” il settimanale della diocesi e il bollettino mensile della Madonna dell’Aiuto.

Componevo alla grossa cassa dei caratteri del 12 e per arrivare alla maiuscole che erano in alto a sinistra, mi servivo di un predellino. Il comporre era un lavoro lungo, impegnativo che richiedeva attenzione e precisione. Si componeva una colonna, la si legava con lo spago e la si poneva sul piano della rotativa e si tirava una bozza.

Quando tutto era pronto s’impaginava e via la rotativa che si faceva girare a braccia.

La tipografia era sempre frequentata da chi normalmente partecipava alla stesura dei brani e da altri che per motivi vari portavano notizie da tutta la diocesi. Un bell’ambiente dall’umore variabile a seconda degli avvenimenti.

Il direttore responsabile allora era il canonico Stefano Rebolini che ci faceva visita più volte al giorno.

Arrivava spedito scattante, si capiva che era lui dallo sbattere della porta. “Eh! L’Ammerica vhè” – il suo saluto – poi affondava la mano nella capace tasca della sottana, estraeva la piccola tabacchiera e avvicinava una presa per narice ispirando decisamente. Rimetteva la tabacchiera nella tasca ed estraeva un fazzoletto capace come un tovagliolo da albergo. Osservava, chiedeva come procedeva il lavoro, se necessario improvvisava un pezzo, e via problema risolto. Mentre “u Balin” sbuffava: “Potevamo metterci un cliché!”

Mi ero affezionato al lavoro, all’ambiente, all’odore dell’inchiostro, all’antimonio e anche nel periodo in cui ero impegnato con la scuola andavo a dare una mano, per rivedere la rotativa, la pedalina, il torchio, la taglierina.

Quando la tipografia ha chiuso i battenti sono andato a prendermi la “Serafina”, il torchietto che serviva per stampare piccolo annunci, partecipazioni, e una cassa di caratteri del 24 che ho poi usato nella mia scuola per stampare il giornalino di classe.

Era poca cosa ma i ragazzi erano entusiasti e vista la gioiosa atmosfera, il direttore Lombardi pensò all’acquisto di una stampatrice e di una cassa di lettere del corpo 12 e di tutto l’occorrente per stampare un giornalino. L’esperienza fu molto gratificante sia per gli alunni sia per me mancato tipografo. Mi parve allora che nelle fresche pagine composte dai ragazzi, rivivesse per un po’ il bel profumo de “La Trebbia” della mia giovinezza.

CAMINO

Camino

Fuoco
Rosso
Amore
Vita
Camino
Legna
Bosco
Muschio
Presepe
Vita
Camino
Calore
Luce
Speranza
Vita
Camino
Bruciare
Amare
Sperare
Vivere
Amare
Camino
Fuoco
Legna
Bosco
Morte
Camino
Cenere
Fumo
Nulla
Eternità
Camino
Vita
Morte
Morte
Vita
Camino
Fuoco
Amore
Vita
Camino
Fuoco
Fumo
Cenere
Morte
Camino
Terra
Bosco
Pianta
Camino
Fuoco
Amore
Vita
Eternità

RA VGÌLIA (La Vigilia)

Ma’rcôrd quànd s’éra on fiö
che bèla ra sìra ad ra Vgìlia!
Cme l’era bèla ‘ent e nòstar cà!

Sùta u camin brüśeva u sòcar.
U sòcar par scaldè u bambìn …
Ens u tèvul gh’éra a tvàia pü bòna
Ch’a sèva ad pùm cudògn.

Nün fiö s’erma tüti a spitè
ch’a rivìsa u papè par mètsa a tèvula.
laśàgn fàt in cà
condìd cón ra bàgna ad fònś,

anguìla marinè, mustèrda
lumàs … ona specialitè.
Chisóra dùsa, crucànt ricamè,
turòn ad Tebaldo … u spisiè.

L’éra ona sìra ünica,
n’agh n’era on ètra üguèl ent l’àn.
Dòp snè ansün surtìva
spitèvma l’ùra ad ra mèsa ad mèśa nöt.

E dòn e gh’èva da fè …
me pèr u fumèva u tuscàn
e u tisunèva ar fögh.

Ens u cantarè ar presèpi
fàt cón ra tèpa e tüt u nòstar empègn.
Sénta u campanòn … dùma l’è ùra.
Che bèla ra mesa ad mèśa nöt.

Quànta gént … müśica ad paradìs.
Finìd mèsa … föra a müc.
Pìn da stèl ar ciél …scarlént
fèva frèd! Che frèd!

Me ma s’ciondìva, am riparèva
sùta u tabèr ad me pèr.
Ra gent?
J’era pü brev … pü galantòm … sencér.

È pasè pôch témp … ra vìta d’on òm,
ar mònd a l’è cambiè.
Ent e cà un brüśa pö u sòcar
sùta u camìn.

U sòcar ch’a l’anguìva grànd e picìn.
Oh gént pensìgh ..jen dumìla àn che u Bambìn
l’ensegna …

Um emparè pôch e gnént,
tànt chìl ch’a prèdica,
cme chìl ch’a scùta.

RA VÙŚ DU TÒ PAIŚ

Sàs culùr dar témp
at ta n’ét incôrt Paul
strèt e contrè
bàs i pôrtagh.
Èrch ch’a sa slèrga dùs a sustègn ad ra vôta a bùta
ch’a pèra ch’at bràsa sö
e ch’at dìśa:
“pòsta on pô’ ché …
làsa caminè ar témp
dònd vét?
Vöt fè ra cùrsa con lü?
Vöt fermèl?
Na sta caminè a dré a jlusiòn
S’an ta vö avèiga ad delusiòn sètat ens i scarìn
pòsta ché cón nün,
làsa che ar témp u pàsa.
Se at ta féram on mumént
at t’incôrś che ar témp u s’è fermè
en mèś a chìl sàs ché.
U pèrla sa ta sté a sentì.
Gh’éra ona vôta … a gh’è ancùra
ra vùś du tò paìś …
Ona branchè ad cà
a l’ômbra ad séś campanìn
d’avśìn ar convént di frè
ad S. Crombàn “l’apòstul d’Europa”;
civiltà, cültüra, splendùr.
Lontàn on śgüt d’èś maśnèva trì murìn.
Trèbia a cicèra e a và.
Ar pònt l’è vèc, l’è, śbèrc e gòb.
En alt ar castèl supèrbi u vèrda.
An gh’è gnént ad pö,
gnént a mànca.
New York? … New York?
on meśdos –
rèsta cón nün Paul,
ent’i risö de nòstar contrè
gh’è e tù radìś:
-“Bòbi l’è a tò cà”

I SÀS DAR CASTÈL

I sàs dar Castèl
i g’han on müś lòngh atsé
i g’han raśòn
anca lù i gh’avrìsa
tànti rôb da cóntè.
Ma jen sémpar iśulè
né òm, né dòn, né giùvan, né vèc.
Gnànca i sculèr
ad jelementèr
né chìl de mèdi
né de magistrèl.
I gh’ han mìs
on guardiàn stipendiè
par tègn ar Castel iśulè
c’mè s’u fìsa apestè.
Gh’è sémpar u purtòn sarè …
U guardiàn …
da u tàch
a l’è rivè
chi gh’l’ha mandè?
Entendùmsa …..
lü un sa pö mìa inculpè
s’u tègna sarè
u fà cm’i gh’han urdinè.
A Bòbi envèce d’andè avànti
andùma endré
sùm quèsi arivè
ar témp di Parpuśè.
I bubieiś in capìsa mìa parchè
as pèga “Il Custode”
par tègn “Il Maniero” sarè?
An bastèva dü gìr ad cèv?
On cadnàs?
Dü lüchèt?
Trèi seradür blendè
telecumandè?
E pö ..a Bobi
P’r i lèdar ch’a gh’è
bastèva on bangùrd,
par tègnagh spranghè
sarìsa stàt püsè
a bòn marchè.
Ent tüti i sìt
dònda a gh’è di gràn palàsi,
di castèi,
de galerì,
di muśèi,
u guardiàn l’è paghè
par tègn avèrt
par fèja visitè.
A Bòbi as fà a l’arvèrsa
féna adès j’han paghè
par tègn ar Castel sarè.
……Mistero …
ch’an sa pö spieghè …
Sùm bòn ànca nün
da tègn sarè
“Il Custode”
u duvrìsa jes specialiśè
en Stôria par spieghè,
par ilüstrè
a chi vö visitè …
O no?
Trent’an è pasè,
u guardiàn l’è pensiunè.
Adès …” mej tèrdi che mèi”
i l’han fà tecè.
L’è tüt restaurè
aredè,
amubiliè.
E ad nöt illuminè.
Digh gnént! ….
As rìda sudisfàt ànca i sas
fìsta buśarè …
tànt témp ùma spitè
ma inchö par nün
l’è ona gràn giurnè
ar castèl u n’è pö spranghè

I SÀS

I sàs du nòstar vèc paìś i cònta a chi scùta.
Pèrla i sàs de céś che custodìsa e tòmb (j’uran) di nòstar Sànt.
Pèrla e préd di pilàstar vèc di pôrtagh de piàs, pèrla i sàs dar pònt vèc cón i sò èrch sbèrc ma armonicamént diśuguèl e gòb.
I nòstar sàs culùr dar témp ièn lé a testimuniè ona grànda ereditè ra citè ad Bòbi l’è stàta ra lüś ad S. rombàn dra civiltè, dra cültüra d’Europa quànd è pasè l’ònda ad distrusiòn e ad bèrbar.
I bubièiś dar sàs jen urguliùś ad conservè on patrimòni adsé empurtànt.

RA PULENTA

(Osteria di Malgàs)

Ona gnignèrla

Sàlve pulénta
piatto da re (gh’ìv pensè).

Ra pulénta có’i grasèi
l’éra il cibo degli Dei.

Pulénta e saràch
quànd l’òm l’ér stràch.

Piatto prelibato
per l’uomo del contado.

Pulénta e lugànagh (cón fìra taiè)
piàt da reśgòt ma gh’è da restè embadaiè.

Pulénta e cudghìn
delìsia par dòn, vèc e fiulìn.

Pulénta cumudè cón ar bacalè
am vègna l’àqua cèra en bùca sùl a pensè.

Pulénta ona tàca ad marlùs e abbondante sigùla
ra specialità ad pôrta Frangùla.

Pulénta bàgna ad fònś du Carlòn
l’è on mangè da siuròn.

Pulénta frèda chèd ar làt
av cavì ra vöia dìt e fàt.

Pulénta e ricòta ad crèva
furtünè chìl ch’a gh’l’èva.

Pulénta chèda burgonśòla
as fònda e at làsa sénsa paròla

Pulénta ent a padèla rustìda
crucànta püsè biònda savurìda.

Pulénta cón lévra en salmì
l’è ona bontè, na stìla a dì.

Pulénta ad ra Familia Bubièiza
as ne fa ona pansè ànca ra marchèiśa.

Pulénta fìdagh ad gugnìn
Mèśa ul mangèva u masalìn.

Pulénta on rös ad pàsar cùmdè
ona passion … l’è on gràn bèl mange.

Ra pulénta ar segréto qual è
U parö … u canèl p’r on ùra amnè.

Ra pulénta … sìv quànta gént l’ha dasfamè?
Fàmga on monumént fìsta büśarè.

DA GIACI

Teresa appena arrivata da Milano entra nel negozio di Mandelli (panettiere). Al banco la Giaci sorella del titolare serve i clienti

T – Buongiorno, ciao Giaci

G – Ciàu Terésa, che piaśì vèdat

T – S’àt savìsme! L’èria ad Bòbi a t’empinìsa i pulmòn d’usìgin. Quàtar bucunè e advént sübit pü gaièrda. L’udùr du nòstar pàn, ar prufüm ad ra tùrta d’armàndul, ad yesse. Ghj’èia i s’ciümìn? Ra tastarèla a fèt pö? Ondùr ad cà nòstra ętarchè fèm e pôntür ad vitamìna. Ché me arvìv …. Ma scàmp mèśa en mèś a mìa gént. At tröv bèn Giaci.

G – Ringrasiànd ar Signùr ra salüt a gh’è, at vèd vlontéra t’am tìr on pô sö. Che simpatìca

T – Sarà męśurèta ch’a sôn rivè e sô’ śà ché, ma gh’hô tüt ra tribù da dè rigùai

G – L’è on pô’ ch’an sa sùma vìst

T – Tèś ..tèś …. l’ültìma vôta ch’a sôn andata a Milàn… dòp i Sànt, che tragédia! An ta dìgh

G – Ma côśa t’è sücès?

T – Giaci .. s’at savìs … am s’éra fàta ona bèla pügnàta ad sìśar di nòstar cm’i fùm nün .. ad mègar cón ra sèvia … ona gàmba ad sèlar e vìa … da purtè a Milàn, adsé, quànd rivèvma i scaldèva e gh’èva śà ra séna prònta. A Milàn an ta pö mìa fèia. At gh’è lögh a mètia a bàgn cón ar bicarbonate …. in cöśa mìa, a l’è l’àqua. An ghìè ad pügnàta a presiòn ch’a tègna. Quiànd t’i tìr śö ièn cme i baìn da s’ciòp.Me vurìv alvèm ra vöia, te at ma capìs.

G – Quànd at rìv at pôrt ar bòn ümùr, t’am divèrt, Teresa, Teresa

T – Côś vöt turnùma endré. Partùma da Bòbi en machìna, pachèt, scatulòn e fagòt, me par precausiòn èva pôśè a pügnàta di sìśar en mèś dip é, ma côś vöt … cürva dàd ché, gìra dàd là a pügnàta a s’è stravachè. Bröd dapartüt e föi ad sèvia, i parìva tànti barchèt … sìśar ch’a rüdlèva a mücèt sùta ai sedìl. Vèrda côś m’è capitè on empiàstar, an ta dìgh le scene – la mochette la mia mochette – … i me sìśar ętarché la mochette as lèva – ciàpa lé – ma ént chi dü o trì dé ché m’arfô i sìśar

G – Che simpatica che divertente, cm’a ia cònta bèn, am fô on pö ad sàngu bòn … sémpar da mèś u bànch, ar sù u vèd quànd u bàta ent u giardìn ad Sànta Fàra. Terésa l’è pròpi simpatìca, quànd a cònta e su rôb a pè da ièsga.

FA SÌRA A BÒBI

Quànd i ômbar ad ra sìra
i vègna śö da i nòstar mònt
a caresè iün dòp l’ètar
i nòstar campanìn,
ànca l’èria as férma
on mumentìn.
As fa lèrgh
haia làsa ślarghè
féna ens a gèra ad Trèbia
pèra ch’as férma,
ch’a làsa lé da caminè
on atimìn,
a s’encrèspa, a śgarlìsa
a śbarlüsa.
Pèra fìn ch’a tùrna endré,
ent cùl mumént lé
sùra ar bòsch dar cmün
brìla ona stèla
e, ògni enamurè,
ul vèrda e u pénsa:
“ta là a mìa stèla!”
A stèla a rìda
parchè ognün
a la fa sùa
p’r on mumentìn.
Ma u pö sùl
vèdla brilè
sicònd i so ümùr,
ma l’è sùl dar Signùr
cme l’amùr.
Quànd i ômbar ad ra sìra
i vègnan śo
dai nòstar mònt,
l’èria as férma,
l’àqua a śbarlüsa,
a stèla pö bèla a rìda
e an gha fa pròpi gnént
ad i òm, di so piaśì, di so dulùr
fàt ad gnént sicònd ar Signùr.

SÀN VENDEMIÀN

(Prutetùr di gràp)

Scarlént ar ciél péna ra löna. L’éra ra nöt ad Sàn Vendemiàn.
Tüt cendìd e stèl. Gnànca ona bèva d’èria,cèr cmé quànd fa dé.
P’r e contrè vöd, sùl gabamònd. Trì mètar sùt tèra, ent ra böra, scür cmé on lègh ad pèiśa, an sa gha vdìva gnànca a biastmè. Da e bùch ad lù gnìva de vùś, as sentiva bastuchè, pö cmè d’incànt on gràn fracàs, on vuśamént, ma an sa capìva gnént.
Quànd ….
A bùta ad rùvra vècia, da l’àlt da sùa esperiénsa cmé ona bòta ad tròn … l’ha dìt: “compagni, adès i han pasè ar sègn …, siupererùma ma siupererùma a ultrànsa”.
E tüt i üsdèi: “siopéro … siopéro”.
On envasénd, on gaśaghè incredìbil. I üsdèi cristaliśè dar grèpi i éra entrè ent on atìm en agitasiòn.
Is süchèva, i sa śbütunèva, i s’argülèva: úran cón urnèt, vasèi cón trovaśén, navàs cón damigèn. On męśdòs, on fricandô.
Damigén cón butiliòn, tôrc e tirabüsòn, chęvastràs e ra dànsa ad ra stùpa e di stôpòn.
“Siopéro … siopéro” “alta tensione super vultàg”
ORDINE DELLA NOTTE
Ra circulèr del ministero vitivinicolo ad làsa dübi. “Ma compagni alcolici ièn sùl vùś. Par sentid dì” “an ièn vùś no … hô sentìd me”. Ha parlè u butalìn d’armandùla, cùl petégul ch’us dà l’éria da nòbil. On càcia nèś ch’u sa sémpar tüt, Pèrla …” Hô séntìd u cantiné ciciarè cón fè suspèt cón u fatù. Ra quistiòn a l’è D.O.C.”
“D.O.C.? e CHI ÈL? U càn luìn da padròn? Cùl ch’a dénta?” “Rurale et ciapè ad brüsch? D.O.C. vö dì …… denominazione di origine controllata” “ Spiégat bèn mandorlato”, “ I pufésùu a l’universitè ad la sapiénsa vitivinicola i han vurìd ona lèg che ògni śòna a dév sùl prodùś on vìn tìpich” “ E alùra?” “ Alùra ent a büśa ad Bòbi an sa pö ètar che prodüś gotturnio e trebbianino”.
“Ét sentìd, ièn di tarlüch. Di tananài. Di tàngar, agh śögh ch’a ièn astémi. Rôb da ciôd da navàsa”
“A nòstra cònca l’éra al regno ad ra calöra, ad l’üga cróva, dar bàśgan, dar rusaròn, mustarìn, s’ciuchèra, dar leatìch, dar lèk, dùlsèt da ròca rùsa, tenturìn, muscatèl, mamùla e ôrtrügh”
“En urìgin gn’éra śà tüt contrulè e denuminè dar témp di témp …. sècul endré”
“A nòstra vendèmia l’éra l’ensèma ad tànti ügh sarnìd cón cüra, pasiénsa, cugnisiòn, competénsa”.
“I nòstar vèci èra riusìd cón ra guìda di frè ad Sàn Crombàn a utègn on vìn dar savù ünich … on ciarèt, alégar, festùś. A nòstra tèra a dèva on vìn sencér, rutònd, mandurlè, bśighént cùl tànt, süt en bùca, on envìd quànd s’arguìva ra compagnìa a ciapè ona bèla piòmba .. d’origine controllata. “ Pôvri üsdèi, iéra tüt müc, masè de caplè in sèva côśa fè.
De ta nìcia ad San Vendemiàn u quartè l’ha dìt cón a pénta:” Viśè i Gerberti, ad cùrsa, chi vègna ent ra böra ch’a gh’è ona emergénsa. Entànt cénda a lüma che pôcasè ad gha vidrà”
“Ièn śà che i Gerberti i cultori di Bacco. Parìva chìl savìsa!”
“Nunc est bibendum vinum nostrum” “ Côśa dìśal l’istrüìd?” “ È ora di bere il nostro vino” Cürma i pècar – Vìva Sàn Vendemiàn, abàs i vitivinicùl!”
A bèga e a gèrla da vìn ent on àngul dra böra in cardìva a i so öc. I éra sénsa paròl. Là tachè sö – cme i dü rös ad verdéa e malvaśìa.
“Fùma on brèndaś”L’éra u piriô da téna u vuśèva cme ent on megafùn. Fùma on bréndaś parchè tüti i sìa en salüt e Sàn Vendemiàn u prutègia gràp …. e ànca i śgaślìn d’üga marténa e chìl pôch dòn ch’a vò ancùra a rapulè”

U CAMÌN

Ens pôrta Frangùla
ent ra cà vècia
da nòna Pepéna,
gh’èra on gràn camìn
L’éra a mia pasiòn
quànd s’éra on fiulìn.
D’envèran, se ar frèd, am grupèva
déntar ent a càpa nèigra, am gh’enfrensèva
p’r’andèm a scaldè
as gha pasèva sùta sénsa süchè.
Gh’èva da stè aténta ent ar pasè
da na straiè a chìcra dar cafè
o u stuvadin ens u tripé pugè
cón sùta la ra brèśa, d’avśìn a u fugrè
Barbutèva a pügnata péna ad pèiar resèt
mìsc cón du branchè ad balèt.
In cà mìa, féna a pôch témp fà,
gh’éra séś càmar,
cìncu camìn,quàtar paravént.
Ades a gh’è ancùra e càmar
dar rèst an gh’è pö gnént.
Fögh du camìn
calùr ad ra cà.
Cón quàtar büscai, a ra matìn,
dü taclìn, trì cavès, on pô’ d’astlìn
e brèś ad ra sìra
dü bùf ent u bufèt
e, tànt in cà di siùr
cmè di pôvrèt,
an gha vurìva né cherta
né süfranìn
par cénd ar fögh
sùta a u camìn.
L’envèran frèd, l’arguìva tüti
d’entùran a u camìn
dòn, vèc, fiö e a cöna
du pü picìn.
“ Cönta nòna … on pruvèrbi…”
“Pruvèrbi, pruvèrbi …
Dàd là da Piancaśè gh’è i Zèrbi
Dàd ché da i Zèrbi gh’è Piancaśè
e u pruvèrbi l’è bèle cöntè.”
“Cönta nòna … brèva!”
“Gh’éra ona vôta…”
I fiö i scutèva
Féna a quànd i öc
i sa gha sarèva.
Dśi sö e devusion
che pö s’andùma a cucè.
Cón ra sènra quarcì u fugrè
na stìv a daśmenghè.
In cà mìa gh’éra sèś càmar
cìncu camìn
quàtar paravént.
Adès a gh’è pìn ad termusifòn
di chèd! Rôb da fèt s’ciupè i pulmòn.
U camìn …ar fögh ..che nustalgìa!
“Côś dìsta? E sa fìsma on camin?”
“E dònda?”
“ E fònd ad l’órt ent a camaràsa”
“Fùmal … fùmal püra…”
Adsé on bèl dé,
Pédar, Mìgri, u Blachìn e me
As sùm mìs adré.
On trèv ad ruvra vècia,
ona càpa fàta ad baulòn entlarè,
stabilìda (ad föra ch’a pe’ rocamè)
parèid ad quadrèi, sabiè,
spàl e söia d’arenaria, pichè.
Da vèd on spetàcul
empunént, artìstich, bèl
as gha pö cöś sùta on agnèl.
Sudisfàt u vardèvma
sérma pròpi contént.
L’éra cm’u vurìvma
ad nòstar piaśimént,
ens u fugrè on furnèl cón grìlia e caset.
“s’un tìra mìa adsé un tira pö
e dòp da nün, ch’a próva chi vö!”
Féna a meśanöt ùm lavurè
sénsa daśmèt, cmè di danè.
“Dièv d’on mònd, vurìv pròpi dì
che u camìn un fàga enmatì?”
“ Fà fögh …”
“Làsal süghè …”
“Dà ché ona faséna ..vöi pruvè”
“Vöt śüghègh che?” Tüti lé a spitè
“U tìra …u tìra…”
“Tèśa l’è prèstu”
“T’hô dìt ch’u tìra ..”
“Tèśa l’è prèstu”
“ T’hô dìt ch’u tìra. Ra fiàma a mònta sö,
sénta cm’u vùśa. Agh sùma fiö.”
“U brògna ..u brògna…”
“Tisòna sö ch’agh sùm”
“A gh’l’ùm fàta, at gh’è lögh!”
“Che bèla ra fiàma, ar fögh!”
“ Ar fögh du camìn a l’è tepùr
u mèta alegrìa”
“Ànca s’a t’é da sùl
ut tègna compagnìa”
“ Ent e cà u camìn un gh’è pö
ma el pusìbil? As pö?”
“ Ent i cundumìni (p’r’adès)
un mànca mìa ar chèd”
“Ar chèd u gh’è, mànca ar calùr.
Ar calùr da sèpa …l’amùr.
Fà fögh … tisòna sö.

U CAMÌN

Fögh du camìn,
calùr dra cà.
Cón quàtar büscai, a ra matìn
dü taclìn, trì cavès, on pô d’astlìn
e brèś ad ra sìra
dü bùf ent u bufèt
e, tànt in cà di siùr
cme di pôvrèt,
an gha vurìva né chèrta
né süfranìn
par cénd ar fögh
sùta a u camìn.
L’enveràn frèd, l’arguìva tüti
d’entùran a u camìn,
dòn, vèc, fiö e a cöna
du pü picìn
«Cönta nòna … on pruvèrbi …»
«Pruvèrbi, pruvèrbi…
dàd là da Piancaśè
gh’è i Zèrbi
dàd ché da i Zèrbi gh’è Piancaśè
e u pruvèrbi l’è bèle cöntè»
«Cönta nòna … brèva!»
«gh’éra ona vôta ….»
I fiö i scutèva
féna a quànd i öc
in sa gha sarèva.

S’CIARÌSA A BÒBI

Quànd sùra l’Érta, a prìma lüś
a s’ciarìsa ar ciél,
i pasarìn is dèśda e i cménsa a ciciarè
adèśi, quasi sùt vùś.
Ent cùl mumènt lé sarìsa adsé bèl
sentì e campèn sunè.

Quànd, sùra l’Érta, a prìma lüś
A s’ciarìsa ar ciél
I gài i cmensa a cantè,
i càn a baiè.
Ent cùl mumént lé, sarìsa adsé bèl
Sentì e campèn sunè.

Quànd sùra l’Érta, a prìma lüś
A s’ciarìsa ar cièl,
da dréra céśa, ens Pôrtagàsa,
vèrs Sàn Fransèsch, en piàsa,
i mutùr i càcia vìa
ra nöt da sprèsia
e sénsa complimént
i dèśda ra gént.

Ens i ètar mònt, ar dé d’incö
cmànda ra sprèsia, chèr I mé fiö,
ra sprèsia ch’a fa i sôd
ch’a consüma i nèrav
ch’a consüma ra gént
e ch’a fa murì prìma dar témp.

U sô ànca mè che e campène
e dórma ancùra,
ièn stràch
ièn vèc
ièn stüf
ad vèd ra gént
afanès par gnént.

Ceśarìn, un gh’è pö,
Vitòri l’è scapè,
ànca e campèn par sunè
i han muturiśè

Dòn Ciśìn

Ar diretùr u n’ha mia tgnìd preśent che
par nün Bubièiś
Dòn Federico, vìst d’avśìn,
l’è sémpar stàt “don Ciśin”
ànca quànd l’éra on prevalìn
e ent l’àqua sànta u tendìva i frìn.
Sti aténta….
pö süced ch’at t’embàt p’r e nòstar contrè
ent on furestè che don Federico u vègna a serchè
da Ruvègno a Stradèla,
da Caverśegh a ra Pradèla;
ad furestè u nòstar Dòn
u ne cugnìsa di vagòn;
u furèst u dumànda: “ scusi…
ha visto don Federico?”
“e chi èl ? Té l’hét mèi sentìd numinè?”
“In cüria u gh’à d’andè par sàvei chi l’è”.
Gnét da dì ar diretùr l’ha fàt on gràn ritràt,
nel tratteggio, u n’è mia andàt p’r ar sütil
Ativitè, Energìa, Entraprendènsa,
Decisiòn, Fermèsa, Endipendénsa
ànca ar curìculum l’ha centrè,
ma pröva a ‘rvotèl at ta incurśarè cm’a l’è,
bèl, rébus, tànt ier cmè incö.
Segno zodiacale Ariete,
ma l’ariete l’è on agnilòn,
un rèśa mia ar paragòn.
N’u vdì mia cm’a l’è….
ona rùvra, squadrè cón u sügròt.
U sò sègn zodiacale ? “u Cöt”.
Dùm avànti cón ar curicùlum
côśa hal combinè en Seminèri?
Bel savèi… ‘dmandìl a’r Vichèri
lòngh e distèiś en S. Culombàn i l’hàn consacrè,
e dùma!! Sé sàn, a selva i l’han mandè (Prèv)?
Ad mèi ar vèsch un pudìva truvè,
envèran da barblè, di mètar ad nèiv gnént strè
u nòstar Dòn Reveréndo…. on prèv da brich a l’è
da bosch, da ròch, dònda règna e puièn
èria püra, ciél scarlént, àqua ad fontén
e ar vìn da Savatòna? On damigianìn
sùl par dì mèsa a ra matìn.
Ent ar millenovecentoquarantatrì(1943)
quànd ra guèra l’éra lé par finì,
u nòstar paiśàn l’è dventè capelàn,
Divisione Codurio di Partigian,
avventure audaci, vita assai rischiosa
dalla val d’Aveto alla val Brembosa:
Paüra? Maché!!
Fìfa, di spavént da restègh lé,
gambe… ona vôta dadlà, ona dadchè
a consumè de sör, sémpar a pè.
Udite…udite…
ens on lìbar da reśisténsa stampè,
il Don in un’imboscata l’è mórt “masè”,
rôb ad l’ètar mònd… làsa fè… làsa fè…
adès igh daràn ra pensiòn e i’aretrè.
L’è ra Madona ad Lourdes a l’ha miraculè.
Aprile 1947 vince trionfalmente il concorso
per la parrocchia di Cortebrugnatella.
Cùsta l’è bèla….
a n’esìsta mìa Cortebrugnatella,
inganno,
a ra Marsàia i l’hàn mandè,
compromesso storico ad i autoritè.
Oh.. gént! Che embröi… che riśòt,
u nòstar pèruch par trì marsàlô,
on càmbi, on baràt
e l’afèri l’è fàt.
Gìrla cm’at vö,
s’a n’è mìa ra vritè,
ad rôb vèira n’a gh’ n’è pö.
Le opere,
i restauri delle chiese
ad ra Marsàia, ra Saiöra,
Praneigra, a Ruvajeura.
Pranèigra e Ruvaiöra.
Emprèiśa gluriùśa u campanìn, realizzato
Còntra tüti Genio, Curia, Belle Arti, Architetto dello Stato.
I l’han batśè “La biro ad ra Marsàia”
“il missile della Val Trebbia”
Me an sô côśa dì
giudicate … il campanile è lì.
Par la Statale 45 (da lui chiamata)
“u senté d’ O. Cimìn”,
l’ha combatìd cme on Viętcòngh
u prevòst Don Ciśìn,
l’è ‘dàt föra ànca da màt,
mèi, l’ha fàt fìnta, u nòstar cüràt,
l’ha scrìt, l’ha predichè,
par prutèsta dèciś ad dśünè,
pö l’ha rifletìd, u gh’à ripensè,
l’ha mìs sutsùra, cmün pruvìncia, regiòn,
l’éra dispòst a fè ra rivolusiòn,
ens l’aténti l’ha mìs parlamentèr, séndich, consiliér,
cantuné, stradìn, geòmetra, enśgnér,
ra 45 u la vurìda drìta, asfaltè,
péna, lìsia, retifichè,
l’ha dìt, l’ha fàt, l’ha pistè ..
u i ha mìs en crùś .. u i ha fàt vargugnè,
adès l’ha cambiè ativitè,
u s’è dàt ona registrèda, u s’è calmè.
Par mèrìt Canonìch, a l’è ‘dventè,
ent ra contrè di Màt i l’han sistemè.
Ar Diretùr u dìśa ch’agh mànca ra gént,
stôri …. u gh’à tànti amìś, an gha mànca gnént;
tüt e matén u fà e sù brèv rügasiòn,
cafè, biànch a ògni stasiòn,
da u Rì Grànd ens Pôrta Növa,
tànt ch’a fàga bèl cme a piöva.
Lü e u so sòciu u rùs, on tersèri Francescàn,
cón u bèch ent l’èrbi a pecherè i vàn.
Ièn sémpar en muvimént,
dùm, partùm! Gh’è l’empiànt a vént
ad ra Madòna du Ruciòn
e i vàn … a vèd s’a funsiòna l’elüminasiòn,
entànt i contròla a casèta de devusiòn.
Lü u rùs, dü girondlòn,
Grecia, Irlanda, Spagna,
Russia, Maròch e Gran Bretàgna (che cücàgna!).
A Lourdes tüt i àn, par divusiòn¸
i pèrta chèragh cón u turpedòn …
… sùma en 36 “ vöt vègn ànca tè?”
“Pèga … p’r ar rèst gh’péns mé”.
S’u tróva quèiche dificultè,
ent’a lèrfa da sùta u s’è dentè;
se tüt a và bèn, contént cm’on pasarìn.
U mücia e lèrf e u tìra sö u sülì.
Fiö! O fiö ens ra Trèbia tüti i giuvidé,
par fortüna ch’an sôrta mìa tüti i dé;
ona vôta parchè en Dòm i gh’han dàt ona mdàia,
l’ètra p’r on càlice endorè a ra Marsàia,
ar parchè? Ul mérita u nòstar Dòn,
l’éra e u rèsta par tüti on gràn simpaticòn,
ricco di fede …. Che an gh’è mìa da schersè,
parchè nün u cunusùm Don Federico, on prèv u l’è!
E sempre sia lodato!

Nadèl

Che bèl Nadèl di témp endré,
ma péns che p’r i fiö
u sìa belisìm,
ànca incö.
Vardìv datùran,
lüś, lanternìn,
àlber chèrgh ad turòn,
montàgn ad panetòn,
catèrav ad rigài
par tüti,
grànd e bagài,
presépi vivént,
alberi splendént,
nèiv e frèd
da bàt i dént,
ma par Nadèl
ièn tüti contént.
Nün, che on pô
d’àn iùm mücè,
gh’ùma on pôa
ad nustalgìa
di Nadèi pasè.
Alùra i turunìn
ièra picìn,
déntar ent i scatulìn
có’ sö ar rè ad fiùr,
ar fànt cón u spadìn.
Gh’éra ar crucànt,
quèiche sitròn,
pôchi mandarìn.
Gli alberi
iéra śnȩivrìn,
prufüm ad lümàs,
laśàgn e sanguinàs.
I rigài p’r i pü
picìn ….
guànt ad lèna, scüfi e calsȩtìn.
Par fè contént i fiulìn
l’éra a surprèiśa
a rénta u camìn …
da pü bèl matìn.

Ra vüs du Campanin

Vérdal da ra Cardaröra
da Morena
verdal da Macalé
o da ra Spèsa
Bobi l’è sempar bèl
L’è ona belèsa.
Tu vèd là cón e sù cà vèc
tüt arguièt atùran
ai sò sèt campànin.
En mèś as drìsa sö
cùl ad San Crobàn
séver,fôrt,maestùś
ch’a pèra ac l’arghöia sö e cà
cmè ona ciösa i pulastrin.
U campànin u pèrla
ànca quànd u tèśa.
Par sént a sò vùś
bàsta stè lé a vardèl.
Un pèra mìa stàt fàt…
Ugh pè nasìd a tàca
a l’absìde ad ra céśa.
Cùl angul lé
manimàn ch’u vèrd
um pèra püsè bèl
cón ar castèl e ar Pènaś
ch’igh fàn da sfònd.
Ièn sàs nüd e crüd i sò
e püra lavurè
sculpìd,
fàt cón i öc e cón ra bùca.
Sàs ch’a vèrda, ch’a pèrla,ch’a tèsa.
Sàs ch’a sà parlè e tasèi
quànd l’è giüst,
quànd l’è ar mumént.
Sàs ch’a sà parlè ad iér,
d’inchö
e ànca d’admàn.
I g’ hàn on linguàg universel
föra dar témp,
föra di quistiòn
chi fàn sentì l’òm empurtànt
en mérit a cùl che i’om d’inchö i fàn
par cùl che i òm d’admàn i faràn.
E alùra… ànca on omìn da gnént
cmè me u sénta,u capìsa
cl’è empurtànt ànca lü.
Mìa par cùl ch’l’hà fàt, ch’u fà
o par cùl ch’u farà,
par cùl ch’u g’hà o ch’u gh’avrà
ma par cùl ch’a l’è.
Parchè l’òm l’è la cà
dar Signùr,
mìa ra céśa fàta ad sàs
ma l’òm ch’l’hà fàta
ch’l’hà vurìda
e che en mèś ai pilàstar
e sùta e vôt ad sàs
u préga.
Che vùś ché (sicònd mé)
e i hà murè déntar ent e mürài
i frè ad iér par sciarì i’idei
a nün òm d’inchö.

U sudàs

Et vìst Crobàn in Castèl?
Gh’éra ra mùstra dar vìn
bubìeiś e piasentìn.
Che confusiòn! Me nu sô
I éra tüti connt…
Cmè par purtént.
U sô ànca mé i mangèva e i beivìva par gnént.
E sü Ri Grànd…
lé da Pipìn ad Leòn
I hàn beivìd alménü dù begh
du pö bòn.
As mangèva…as mangèva
tùrtei
ad i Arei,
ricòta
da Maiòta
furmai
di Ràgai.
Artiśan e muśèta
i sunèva davànti a Ciapèta e pìsa,
cànti a sguèra gùra
ens pôrt’Agàsa
(e piȗ)
e anvìn, anvìn, sénsa crüsca
da Pèpi da Trüsca.
Ens pôrta Növa
da Giuvanòla
ona montàgna ad burgośòla,
da Trambàl
ona scôrba ad pargàl.
En San Fransèsch
fréns ad cudghìn
da Sàndro u Sumarìn.
Che bòn ar vìn
da Francesco ad Chichìn!
Par bagnè ra güra e u gargatòn
śö di pécar, pécar as tüti i cantòn.
Ensùma, agh n’éra par tüti i güst,
a màca, a crèpa pànsa e chi vurìva
mangièva e beivìva.
O sentid da on furesté:
a Bòbi incö fö cùl ch’a vöi
nsa portàföi.
Che bèla a sarìsa ra vìta
s’a fìsa sémpar atsé drìta
s’a fìsa sémpar atsé ….
s’a fìsa sémpar atsé pièna.
S’as pudìsa sémpar dì:
« Incö fö cùl ch’a vöi
nsa portàföi».
A i éra tüt connt
a i éra tüt fradèi.
Parìva da vès ent on ètar mònd
onnd quèdar, mìa rutònd.
Is vardèva e i ridìva
quànti màn a sa strenśìva!
On sudàs dàs mistériuś
cùl dé là, l’hà śdasè
ar bèn déntar mé.
Ét capìd Crombàn ar mutìv
parchè incö in Castèl
l’è stàt on dé atsé bèl?
Hô capìd!Hô capìd!
Incö fȍ cùl ch’a vöi
nsa portàföi.

Ra Trèbia 

Quànd ar mònd a l’è stàt fàt
mèr e fiùm e montàgn ad nèiv
queichedün l’è dventè màt
par fè tüt e rôb ac ma s’ dév
quànd pô tüt l’è andàt a u sò pòst
l’ha bufè via ra nébia
ent on spìgh on pô sciondìd
sùta ar su brilèva ra Trebia.

la rallala

Aqua cèra, frèsca, püra
ch’a sèva ancùra ad nèiv 
e ognidün sénsa paüra
cón e su màn u pudìva bèiv:
ona vàl maraviliùśa
ona rôba ad l’ètar mònd
aghindè tànt cmè ona spùśa
cón a sò Trèbia lasö en fònd.

la rallala

ma dòp i sécul a ièn rüdlè
féna a l’ultim calenderi
e dentùran as sùm truve’
ògni sôrta ad machinèri
ent ar nùm d’on sért prugrès
cón ra scüśa ch’ a gh’è dabśögna
ùm fàt tànt, che ra Trèbia adès
s’a ta vèrd l’è on pô süghè;
dòp as gh’è mìs i śnanvèiś
che in vö mìa iès da ménu,
cón ra scüśa ch’i g’hàn sèid
is fàn föra Brugneto e Cassingheno
ad gh’è pàri a digh ad no
che ra vàl atsé l’è pèrsa,
ra pulìtica però 
a fà andè l’aqua a l’arvèrsa.

la rallala 

me però g’hô ancùra ra sperànsa
che se tüti as dùm da fè
Rùma, Gènva e Piaśénsa
as pô ancùra ragiunè
a nòstra Trébia l’è tròpa bèla
a l’è ona pèrla ad ra natüra
a dèv scùr ent a sò vàl
da e montàgn a ra pianüra

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