Ardite ipotesi nel campo della toponomastica

Il passaggio di Annibale nelle nostre vallate
in una ricostruzione di don Andrea Varinotti


Da La Trebbia del 17 Aprile 1980
Torniamo idealmente a prendere congedo dai buoni eremite del Dego e portiamoci verso l direzione di Ottone. Con un breve tragitto di appena cinquecento metri, camminando a ritroso, si arriva sulla bocchetta del Dego: di lì si domina tutta l’alta Val Trebbia. Qui ci troviamo subito dinanzi all’antichità della storia: non è errato dire addirittura alle origini della sua popolazione; vediamo come. Proprio dal crinale del valico, sgorga una fontanella freschissima, la sorgente del rio Ventra: questo nome non è italiano; con un po’ di fantasia farebbe pensare a Conventry città inglese; supposizione un po’ azzardata, ma non illogica, perché un po’ a valle, quasi alla confluenza col Trebbia troviamo il paese di Moglia; nome certamente celtico (confronta Moi-lena, Moi-luba, nell’Uster). Moglia, in celtico, significa un posto acquitrinoso, umido, ricco di erba; cibo provvidenziale per la cavalleria di Annibale e qui il cerchio si stringe. Per il momento, partiamo da molto lontano, nientemeno che dal Monginevro però arriveremo ben presto qui ed in una maniera sicuramente storica ed ecco come.


Annibale varca le Alpi al Monginevro


Nel 22° a.C. Annibale valica le Alpi, arriva in quel di Voghera: qui risale lo Staffora (confronta Stafford città inglese): ormai i nostri piedi sono sul sicuro. Passa Il Ponte Crenna (Oicrena era una principessa caledone, figlia di Fingal) arriva a Bosmenso (Bosmina era una principessa caledone, sorella di Oicrena); gentile e delicato omaggio di questi rudi guerrieri alle loro fatine bionde.
E qui ci sia consentito dire una cosuccia: tutti ricordiamo il caratteristico paesaggio di Bosmenso con la sua chiesetta sulla ghiaia della Staffora: adesso un antiestetico ponte, uso trampoliere, ha rovinato tutto l’incanto di quel presepe; però lo spirito di Bosmina si è vendicato, facendo subito crollare un’arcata. Quasi in cima alla Staffora, troviamo Caldirola; un condottiero celta si chiamava Calderonan; l’aggancio ai nomi è evidente.
Ed eccoci su valico del Giovà: qui avviene un consiglio di guerra, fra Annibale ed i suoi ufficiali, che ha cambiato il corso della storia ed ecco come. Annibale era partito da Cartagine con l’intento di battere Roma, calcolò bene le sue mosse, lui sapeva che lungo la strada avrebbe mietuto larga massa di volontari, specialmente Celti, che avevano con Roma ben numerosi conti da regolare; ecco spiegati tanti nomi noti, ch più avanti i faranno più evidenti.


Le truppe cartginesi si attestano in Val Trebbia
Ritorniamo sul Giovà, ricostruiamo idealmente tempo luogo: si era alle porte dell’inverno quindi già sotto l’angustia del cattivo tempo, si era su di un alto valico, certamente Annibale sperava che fosse quello il crinale ultimo che finalmente spalancasse le porte alla sospirata freccia contro Roma, invece, sorpresa! Per conosce la zona (allora era come adesso perché i monti sono immutabili) sa bene che da lì, ci si trova dinnanzi a una distesa interminabile di monti; primi fra tutti, il Cavalmurone ed il Carmo: valloni invalicabili specialmente per un esercito con elefanti e salmerie. Si prendono paura; in celtico un posto pauroso, orribile, buio, lo chiamano Bolga (tedesco Bolghen), ecco l’innocente Bogli che, senza saperlo, fermò Annibale; però il vallone del Carmo, per chi lo conosce, incute paura; quella paura che fece discendere Annibale verso la Val Borreca.
Attraverso Vezimo arriviamo a Zerba: è una fiancata del Lesima, soleggiata, calda, lì decidono di passare l’inverno, Zerba è Gerba, isola di fronte a Cartagine; Tartaro è Cartago, con lettera iniziale appena cambiata, Disamara è Liz-amoor; storia fantasticamente interessante. Eccola: nell’esercito di Annibale vi era un capo, certamente tra i primi Liz-Amin, questo muore, gli costruiscono la tomba, moor (in celtico significa tumulo funerario): l’attuale Lisamara, frazione di Zerba. La tomba è stata ritrovata, studenti piacentini del Guf (Gioventù universitaria fascista) vennero quassù, mi pare verso il 1933, buttarono all’aria tutto, fu ritrovato uno scheletro gigantesco, attorno a sé aveva cinque crani, evidentemente di nemici uccisi e forse anche mangiati (a titolo di curiosità fu Napoleone a togliere certe grossolanità dagli eserciti) accanto a sé quel guerriero Liz, aveva una daga, terribile arma, specialmente se in mano ad un gigante: lo scrivente ha visto questa daga, mi fu mostrata nell’intimità di una casa, perciò non dirò mai, né nomi né luoghi, tuttavia ci sia permesso un mugugno, non ve ne erano autorità allora? Con un po’ meno di occhi in tasca, si sarebbe impedito che mani ignoranti disperdessero episodi di storia di così immensa importanza. Lo stesso Liz-Amin, che dette il nome a Lisamara, con la sua morte è logico pensare possa aver meritato di lasciare il suo nome anche al Lesima; non trovate voi? È solo un’ipotesi, però logica.


L’inverno in Valboreca


Adesso cerchiamo di ricostruire l’inverno dell’esercito di Annibale all’addiaccio della Val Borreca, sarà stato un inverno molto, ma molto lungo e tremendamente grigio; gli uomini avranno rimediato mangiando gli elefanti, infatti a Canne non compaiono; il problema maggiore era per i cavalli, arma sconvolgente per le battaglie di allora, ecco allora gli ufficiali di Annibale ala ricerca spasmodica di pasto , eccoci tornati a Moglia , zona ricca di arbusti, da difendere coi denti, eccoci a Moglia Spessa, in quel di Rovegno, eccoci al bosco di Annibale accanto a Rovegno stesso, eccoci ai Muzio di Pietranera e di Frassi! Attenti adesso, perché la storia si fa avvincente e cara.
I Romani si erano accorti delle mosse di questo nemico, ecco allora mandano loro soldati a molestare quella cavalleria. A mezza strada tra Fabbrica e Orezzoli (io sono di Fabbrica) vi è ancora un posto che noi chiamiamo «le terre dell’agero Mizzo» latino trasparente per «Ager Mutius»; a Frassi vi è ancora la parentela Muzio. Si accosti adesso il nome del posto al cognome che ancora sussiste, ci troviamo di colpo ad avere in mano la prova persuasiva del moglio: lo stesso discorso evidentemente, vale anche per Pietranera, anche colà, a Moglia di Isola, vi erano cavalli di Annibale da molestare.
E qui ci sia consentita una digressione quanto mai cara, tutti noi abbiamo conosciuto quelle perle di sacerdoti Giuseppe Muzio i Frassi l’uno, Carlo Muzio di Pietranera il secondo, uno migliore dell’altro. La fantasia dei bobbiesi non tardò molto a distinguerli l’uno dall’altro; santa sincerità dettata dall’affetto! Da queste pagine mandiamo un fiore ideale sulle loro tombe: uno a Bobbio, l’altro nel romito cimitero di Frassi; ultimi rampolli gloriosi di ultramillenarie ceppaie.
Ritorniamo adesso a quei poveracci che abbiamo lasciato a basire di fame e di freddo in quel di Zerba; l’inverno era passato ed essi decidono di partire, non più al Sud, m verso il Nord; risalgono il Borreca attraverso il sentiero di Annibale, che ancora esiste lassù, raggiungono Brallo, e lì, a fil di costa, vanno verso la Scaparina, forse ancora indecisi se puntare lungo la Staffora oppure lungo il parallelo Trebbia; di lassù vedono la conca di bobbio (scritto minuscolo perché spiegheremo subito appresso), a loro piacque, decidono per il Trebbia discendendo lungo il rio, che si chiamerà poi rio Bobbio; vedono e s’interessano delle Mogliazze (i cavalt) arrivano dove adesso è la nostra città.


Ipotesi sulle origini del nome « Bobbio »


Attenti al nome: nella lingua celtica, una cosa gentile e cara, la chiamavano Bob; aggiungendo suffissi, si ampia il significato del termine; per esempio bob-y, si può interpretare, carino mio; Bob-ul, vuol dire pressappoco figlio-guida; ulla in celtico = stalla. Ben sapeva il celtico Colombano istruiva e amava il suo monaco Bob-ul, accomodato in lingua nostra in Bobuleno, sorprendente, vero? A titolo di compiacenza personale, mi sia concesso una volta tanto un po’ di infantilismo. Nella antichissima lingua Incas che noi un pochino conosciamo, il concetto analogo di una cosa cara, intima veniva e viene tuttora espresso colla parola gnagni, termine di larghissima accezione, che può andare per esempio da fratello a giocattolo; il celtico Bobi pensiamo sarà lo stesso, sono parole che vengono labilmente spontanee in tutti gli idiomi del mondo; perché allora non dare merito ai guerrieri di Annibale di aver amato e chiamato Bobbio?
Non pretendiamo di aver svelato le origini di Bobbio, la nostra è solamente un’ipotesi, però di fronte a tante analogie confrontate da nomi tuttora esistenti, possiamo presumere di non essere tanto lontani dal vero. Già che ci siamo, ci sia consentito un’altra esibizione di superbia infantile: abbiamo ripetuto molte volte i termini Nord, Sud, ecc., secondo la mitologia celtica, erano i nomi di quattro nanerottoli, uso martinetto, che sostenevano il cranio del gigante Immer di cui la stella polare, per le loro latitudini alte nel centro del cielo, ne era l’occhio; chi altro mai, se non il solo Colombano, sarebbe stato in grado di tradurre i latini oriente, occidente, ecc. nella versione adesso in uso: non saranno forse partiti dallo scriptorium di Bobbio i punti cardinali al mondo?
Accompagniamo adesso, ed è ora, i nostri guerrieri lungo il Trebbia. Nei pressi di Gazzola trovano ad attenderli i Romani, li battono e li distruggono: vedono che ormai li possono vincere, riprendono un coraggio da matti; cambiano direzione, non più al Nord, ma all’Est, verso Bologna; bisogna tenere presente che, la allora Val Padana, era la cosiddetta Gallia Cisalpina, fu facile ad Annibale reclutare mercenari e cavalli, approfittando anche dell’odio che qui vi era contro i Romani; vi era infatti da saldare il conto del console Furio Camillo, quando nel 390 a.C. i loro commilitoni Galli furono tutti squartati a pezzi sulla via Gabina; arrivano a Canne; sappiamo tutti come è andata; passano a Capua, e qui ci sia consentito ritornare alla svolta storica del consiglio di guerra sul passo del Giovà: appena giunsero a Capua quei poveri guerrieri, stremati da tanto freddo, da tanta fame, da tanti morti, Liz-Amin, Calderonan, Oicrena, Bosmina, poterono finalmente ripagarsi da tante sofferenze, logica reazione a tanto soffrire, logica reazione all’inverno della Val Borreca. Sappiamo tutti come finì la storia: ben altre armi che i gladi romani svilirizzarono l’esercito di Annibale; si aggiunga quel po’ po’ di malattie che loro Celti, ci tramandarono col loro nome, ed ecco il terribile cuneo di diamante che dal Monginevro fece tremare Roma, dissolversi al tepore di Capua, come nebbia al sole. Sul Metauro, presso Ancona, le sorti si capovolsero, sotto le mura di Roma; a turno alterno dinnanzi Odoacre, si dissolse l’esercito romano¸lasciamo adesso questa storia grande, che onestamente, è doveroso riconoscerlo, tanta parte di maturazione ebbe a subire anche nelle nostre valli.


Don Andrea Varinotti


Abbiamo voluto ricordare questo scritto, come una bellima favola…..o no?

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