1956/10/13 – L’ immane sciagura del rio Boffalora

Da La Trebbia del sabato 13 ottobre 1956

LA VAL TREBBIA E LA VAL D’AVETO IN LUTTO

Come’è avvenuto il salto del “camion della morte” nel greto roccioso del fiume – L’impressionate spettacolo visto dai primi soccorritori – Il pianto dei montanari dietro le dodici bare funerate solennemente lunedì scorso nella nostra città

I rottami del camion in loc. Boffalora

I rottami del camion in loc. Boffalora

Spezzato dalla morte il canto dei tagliariso

Era da parecchio tempo che nelle valli del Trebbia e dell’Aveto non spuntava una bella giornata come quella di sabato. Un sole magnifico a riscaldare l’aria pungente di in autunno avanzato a dare splendore al verde dei monti ormai prossimo a spegnersi. Sembrava che la montagna avesse voluto indossare l’abito di festa per dare l’addio ai suoi figli prossimi a lasciarla. Era un gruppetto di diciotto persone raccolte presso la centrare di Ruffinati in val d’Aveto; giovani uomini e giovani donne in attesa di un camion che li avrebbe trasportati nel vercellese per la campagna di taglio del  da casa il pezzo di pane. I giovani e le ragazze guardavano i loro monti, cos’ pieni di sole, e sentivano la nostalgia farsi più pungente: avevano lasciato i loro casolari, sperduti fra quelle cime e si erano incamminati per le mulattiere, giù da Cattaragna, da Castelcanafurone, da Sanguineto, da Brugneto, portando sulle spalle il povero sacco dei loro indumenti. A Ruffinati l’appuntamento  era fissato per le quatto del pomeriggio: puntualissimo il gruppetto attendeva.

Da Marsaglia in camion giunse all’ora prestabilita. I tagliariso si meravigliarono di vedere un autocarro nuovo, abituati come sono a viaggiare su automezzi sgangherati. Buon segno: la «campagna» non poteva incominciare meglio, con il solo alto nel cielo tesissimo ed un camion veloce, che in poche ore avrebbe raggiunto la cascina di lavoro. Gli uomini e le donne presero posto sull’autocarro, un po’ forse perché è sempre umiliante viaggiare come di solito viaggiano le bestie e i bagagli. Un telone buttato sul camion tanto per riparare dal vento e tutto fu  pronto per la partenza. Il caposquadra, Giovanni Capucciati di anni 44 da Costa Curletti di Ferriere, precedette all’appello, mentre già il motore rombava impaziente; mancava una ragazza una ragazza, la sedicenne Pina Bazzini. Peggio per lei, poteva giungere in tempo. Il camion doveva partire immediatamente: un tagliariso non merita cinque minuti  d’attesa!

 

Il balzo nel burrone

 

Ed il camion partì senza la Pina. Essa arrivò giusto in tempo per vederlo scomparire dietro l’ultima curva della strada: benedetti quei pochi minuti di ritardo. La Bazzini li ricorderà per tutta la vita. Diciassette persone erano sull’automezzo; tre nella cabina di guida del rosso e tragico «642»: il proprietario Ernesto Capucciati detto «Gino» di anni 39 residente a Marsaglia, il suo autista Pietro  Mazzolini di 26 anni, pure di Marsaglia e l’alpino Giuseppe Balletti di 22 anni da Sanguineto di Cortebrugnatella che, trovandosi a cara per un periodo di licenza, s’era aggregato al gruppo, con l’intenzione di far visita ad alcuni parenti già al taglio del riso nel vercellese.

Il viaggio proseguì ottimamente fino all’osteria si San Salvatore fra Marsaglia e Bobbio sulla statale 45. Gli autisti qui giunti, non seppero resistere alla tentazione di una capatina  al banco di mescita e lasciarono i tagliariso con il camion lungo la strada. Le ragazze pregarono di far presti: il viaggio era lungo e, se il sole incoronava ancora i monti della Val Trebbia, non avrebbe tardato molto a far sera. Gli autisti invece – stando almeno alle dichiarazioni degli scampati alla terribile sciagura – persero mezz’ora all’osteria: quando ne uscirono era allegri e risposero ridendo alle proteste delle donne.

Il camion ripartì e prese ad andare forte. I tagliariso nel cassone coperto dal tendone, non potevano vedere nulla: sentivano soltanto le ruote correre veloci sull’asfalto. E non se ne rammaricavano: gli autisti stavano guadagnando il tempo perduto. Intanto nel gruppo la pungente nostalgia della recente partenza s’era un po’ attutita: quando si è giovani, si sa, si fa presto a scacciare i tristi pensieri e basta un ritmo di moda o una barzelletta a riportare sui volti la spensieratezza propria dell’età. Giovani e ragazze avevano dimenticato il duro lavoro che li attendeva; la miseria che li spingeva a cercare lontano il pane; il viaggio che li umiliava; le famiglie che attendevano la fine dell’autunno per una manciata di biglietti da mille e per il sacco di riso che, d’inverno avrebbe permesso d’alternare il risotto al castagnaccio. Avevano dimenticato la vita dura di tutti i giorni ora che il diversivo di un viaggio li accomunava in un’ora di gaiezza.

Ad un tratto il canto dei tagliariso tacque di colpo e dalle ugole spiegate non uscirono altro che urla di raccapriccio e grida ti terrore. I tagliariso si abbracciarono invocando la Madonna e, paralizzati dall’angoscia, s’accorsero che il camion stava precipitando nel vuoto. Che era successo? L’automezzo era a tre chilometri circa da Bobbio quando, nell’abbordare una semicurva (per la verità non pericolosa), si spostò troppo sulla sinistra fino a cozzare il parapetto del ponte sul rio Boffalora.

 

La tragedia di Boffalora

La tragedia di Boffalora

L’urto respinse il camion ancora in mezzo alla strada, ma, ormai sbilanciato, esso cozzò di nuovo con la parte posteriore il parapetto del ponte, lo sfondò per largo tratto e precipitò in un profondo burrone alla cui base scorre il Trebbia. Il tragico automezzo volò per oltre cinquanta metri rimbalzando sui dirupi rocciosi del burrone finché andò a cozzare un ultimo macigno capottandosi e inabissandosi con il motore nelle acque limacciose del fiume. Nel tragico volo tutti gli occupanti dell’automezzo vennero sbalzati fuori: soltanto il proprietario del camion, il sig. Ernesto Capucciati che probabilmente si trovava alla guida al momento dell’incidente, non fece in tempi a liberarsi dalla tomba d’acciaio in cui era prigioniero e andò a morire, con la carcassa sfasciata della sua macchina nelle profonde acque del Trebbia.

La tragedia di Boffalora

La tragedia di Boffalora

I primi soccorsi 

Nella rovinosa caduta il tracico automezzo aveva più volte rimbalzato sulla pietraia rocciosa del burrone sfasciandosi in più parti e seminando sui dirupi corpi inanimati, lamiere contorte, pezzi di carrozzeria. Ai primi soccorritori (alcuni passanti erano stati testimoni del fatto ed avevano subito dato l’allarme a Bobbio) si presentò uno spettacolo agghiacciante: dieci corpi giacevano all’intorno  inanimati; nove erano a terra seriamente feriti ed impossibilitati a portare soccorso ai compagni. In quella allucinante scena, rischiarata dagli ultimi raggi di sole, parve ai soccorritori di vivere in un incubo atroce. Il silenzio rendeva più lugubre lo svolgersi di uno spettacolo che pareva un sogno. I sacchi delle vittime sbalzati qua e là, erano stati svuotati dagli indumenti macchiatesi di rosso nelle chiazze di sangue. La Trebbia continuava a scorrere lenta con le acque limacciose come se nulla fosse accaduto: la massa d’acqua nascondeva però la salma di un uomo e la carcassa del camion della morte.

Loc. Boffalora, i soccorsi nel Trebbia

Loc. Boffalora, i soccorsi nel Trebbia

Carabinieri, militi della polizia, medici, sacerdoti (in particolare il parroco di Marsaglia don Malacalza), cittadini volontari andarono a gara nelle prime opere nelle prime opere di soccorso. I primi ad essere oggetto delle pronte cure dei volonterosi sono stati i feriti portati sulla statale con barelle improvvisate e cin improbe fatiche: dalle loro membra fracassate il sangue non cessava si uscire, mentre nei loro occhi allucinati era ancora il riflesso di un terrore spaventoso. Avevano visto la morte in faccia, ma con il volto più terrificante e più agghiacciante che essa possa assumere. Immediatamente trasportati agli ospedali civili di Bobbio e di Piacenza, due dei nove feriti sparavano in seguito alle fratture ed agli schiacciamenti riportati; gli altri sette sono tuttora ricoverati, ma dichiarati ormai fuori percolo.

La sera di sabato scese a ricoprire di buio il luogo della sciagura.  Dopo aver tratto dal burrone i feriti, le ombre impedirono il pietoso ricupero delle salme che venne effettuato nella mattinata di domenica ad opera di squadre di soccorso da carabinieri, guardie di P.S., vigili del fuoco di Piacenza ed altri generosi. Due sommozzatori, giunti appositamente da Milano, dopo numerose immersioni nelle acque del Trebbia riuscirono ad agganciare la carcassa del tragico camion ed a riportare a galla la salma dell’autista Ernesto Capucciati. Le dodici salme vennero poi allineate nel Santuario della Madonna dell’Aiuto in Bobbio ove i parenti procedettero, tra scene strazianti, al riconoscimento dei miseri resti. Avevano perso la vita nel tragico balzo dell’autocarro: Giovanni Capucciati di 44 anni da Costa Curletti; Casimiro Cassola di 26 anni da Castelcanafurone; Pietro Negri di 29 anni da Torrio; Remo Balletti di 26 anni da Sanguineto; Luigi Calamari di 51 anni da Cattaragna; Santina Calamari di 37 anni da Cattaragna; Lino Calamari di 16 anni da Cattaragna; Paolo Briggi di 18 anni da Cattaragna; Antonio Bernardi di 31 anni da Cattaragna; Giuseppe Balletti di 22 anni da Sanguineto; Pietro Mazzolini di 26 anni da Marsaglia; Ernesto Gino Capucciati di 39 anni da Marsaglia. Gli otto tagliariso rimasti feriti sono: Gaspare Cervini di 22 anni da Cattaragna; Angelo Cervini di 26 anni da Cattaragna; Gianbattista Calamari di 31 anni da Cattaragna; Maddalena Calamari di 21 anni da Cattaragna; Giovanni Cervini di 49 anni da Cattaragna; Giuseppina Briggi di 19 anni da Cattaragna; Bruna Mozzi di 22 anni da Marsaglia; Paolo Briggi di 17 anni da Cattaragna.

Il baratro della caduta del camion

Il baratro della caduta del camion

Con questo tragico bilancio si chiudeva sabato scorso in Val Trebbia quella che era stata una delle più belle giornate di sole di questo freddo autunno; così svanite le speranze dei montanari di trarre dalla campagna risicola autunnale una manciata di biglietti da mille per scordare un po’ di miseria ed un sacco di riso per dimenticare, almeno  nelle domeniche invernali, il gusto del castagnaccio. I monti avevano voluto ammantarsi di sole per dare l’addio ai loro uomini ed alle loro ragazze: davvero non si poteva lasciare negli occhi delle vittime una visione più splendente delle vallate dell’Aveto e del Trebbia.

I funerali hanno richiamato a Bobbio lunedì mattina una folla imponente di valligiani scesi dai monti della Val d’Aveto incontro ai loro morti. Donne vecchie e giovani tutte anonimamente vestite di nero fino  ai piedi seguivano le bare incapaci a reggersi. Uomini e giovani, dalle spalle aduse alle più ardue fatiche, dal passo cadenzato di montanari, portavano le salme urlando di dolore: era il loro pianto che impressionava, un pianto senza ritegni e senza rassegnazione. Erano tutti alpini quegli uomini, gente aspra e rude, pronta al sacrificio ed alla fatica: eppure lo strazio era troppo più forte di loro e si piegavano sotto il peso, non certo eccessivo, di una bara. I bambini piangevano perché vedevano i grandi, ma eppure c’era nel loro pianto lo stupore di un’angoscia  tanto grande da giungere a martoriare anche i loro cuori. Chi non ha visto piangere i montanari a Bobbio lunedì non può capire il loro dolore: gente dalla vita che dalla vita non ha mai avuto niente e che dalla morte ha visto il lato più  crudele. Non meritavano di piangere così dietro una bara!

Verso i cimiteri montani 

Il corteo funebre è sfilato tra il silenzio attonito della città: tutti i negozi indistintamente avevano la saracinesca abbassata con la scritta: «lutto cittadino». Dal Santuario della Madonna dell’Aiuto alla Cattedrale (ove il  Vescovo Mons. Zuccarino ha celebrato il rito funebre) e poi fino alla piazza San Francesco le dodici bare sono passate a ricevere l’estremo dell’immensa folla: c’era anche il nostro Arciv. Coadiutore Mons. Malchiodi, c’erano tutte le autorità della provincia e dei comuni colpiti. La bara dell’alpino Balletti era scortata dai generali Olmi e  Bellocchio: sul feretro il cappello piumato. Il saluto alle vittime è stato porto dall’avv. Conti, presidente della Provincia dal dott. Dal Re, Vice Prefetto, dal sig. Giorgi per i sindacati. Sulla piazza i bambini dell’asilo e delle scuole guardavano con occhi spalancati le dodici casse infiorate: non ne avevano mai viste tante. Le loro labbra ripetevano ritmicamente «l’eterno riposo dona a loro, o Signore».

I funerali a Bobbio

I funerali a Bobbio

Da Bobbio i feretri, caricati su automezzi, hanno imboccato le strade verso i loro paesi di origine. La folla di montanari ha seguito ognuno il proprio morto tenendo le mani appoggiate sulle bare quasi a voler cerare ancora qualcosa di vivo nel freddo contatto con il legno della cassa. Poi i mesti cortei hanno preso le vie dei monti, in una triste marcia verso i piccoli cimiteri appollaiati lassù. Da lontano giungeva l’eco delle campane delle chiese montane. Neppure l’ultimo viaggio, per i morti della Val Trebbia e della Val d’Aveto è stato privo di fatica.

 

Giancarlo Torti

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