1956/10/13 – Sono tutte in lutto le famiglie di Cattaragna

Da la Trebbia del 13 ottobre 1956

La povera gente del villaggio più colpito dalla catastrofe chiede di essere

Aiutata a colmare il vuoto pauroso lasciato dalle cinque vittime

Il camion della morte ha lasciato dietro di sé una lugubre scia di pianto. Lassù nei casolari sparsi sulle pendici della pittoresca, ma povera valle dell’Aveto le donne non hanno più lacrime, i robusti montanari si aggirano muti per i viottoli fangosi con le tracce dell’angoscia disegnate sui ruvidi volti. In un paesino soprattutto sembra che il dolore abbia voluto insediarsi come un’ombra funerea salita dal tragico ponte di rio Buffalora. Cinque bare sono salite sono salite lassù, portate a spalla dagli abitanti per l’erto sentiero che si erpica fra le rocce fino a ottocento metri ove si adagia in una stretta conca il più piccolo, il più povero villaggio della zona, Cattaragna: poche case di pietra tutte unite intorno alla chiesa, intorno ad un piccolo cimitero appiccato, no si sa come, sul piano fortemente inclinato del ripido versante.

 I feretri sul sagrato a Catteragna

I feretri sul sagrato a Catteragna

Le cinque bare erano allineate martedì mattina davanti all’altare della piccola chiesetta e sembravano tante, troppe per l’angusta navata. C’erano tutti i duecentoventi abitanti, eccetto i feriti e alcuni familiari che erano rimasti negli ospedali ad assisterli. Tutti erano oppressi dallo stesso dolore. Ci sono cinque cognomi soltanto a Cattaragna: i Bernardi, i Briggi, i Calamari, i Cervini e i Leccardi. Leggete il luttuoso elenco dei morti e dei feriti  e li troverete tutti. Solo un vecchietto, un parente, martedì mattina non ha voluto salire «Io piango, ci disse con gli occhi gonfi, io piango troppo. Non saprei resistere oggi lassù». E rimase a valle a soffrire da solo  tentando di contenere i battiti convulsi del suo cuore malato.

Le esequie si sono svolte in una atmosfera di angoscia che faceva contrasto con il ridente aspetto del paesaggio illuminato da un sole splendido. Il pianto straziante delle donne e dei bimbi, il pianto muto e soffocato degli uomini e dei giovanotti  accompagnava quasi ininterrottamente i riti. Quando (dopo che il rappresentante del vescovo, don Giovanni Dieci, ebbe rivolto alla piccola folla in lutto alcune parole delicate e commosse) si levarono le bare, sembrò che quei poveri esseri già tanto martoriati non potessero più reggere al dolore. Si ebbe allora l’esatta misura della catastrofe, troppo grande per una comunità così piccola di gente povera. Lo stesso spettacolo si ripeté nel cimitero dopo il discorso del giovane parroco, don Giulio Cella e del sindaco sig. Remo Ferrari.

 I feretri verso Cattaragna

I feretri verso Cattaragna

Ma, ora che il momento più tragico della disgrazia è passato non bisogna permettere che la gente di Cattaragna trovi troppo dura la rassegnazione. Quassù non si può fare a meno di guardare alla risaia come ad una risorsa provvidenziale che integra le magre rendite della terra avara. I montanari si sono lamentati in questi giorni, con quel loro accento pacato, per il modo con cui si organizzano i trasporti dei lavoratori che vanno in risaia. Essi non chiedono di essere ricchi, chiedono solo di essere capiti, di essere aiutati a vivere.

Dalla montagnosi ricava poco. La terra ritagliata in piccoli lotti, grandi come fazzoletti, lavorata con enorme fatica e gelosa scrupolosità, dà un on po’ di pane, un po’ di vino, un po’ di castagne, un po’ di legna. Il tutto basta per vivere quattro mesi all’anno. Ma anche negli altri otto mesi bisogna pur mangiare e allora i montanari vanno in Piemonte. Ne partono sessanta, tra uomini e donne, nella stagione della monda, cinquanta per il taglio del riso. Riportano a casa un po’ di soldi (sessanta mila lire) e un po’ di riso (quaranta o cinquanta chili): un inezia per chi ha bisogno di tutto, ma quando non c’è altra risorsa può essere un capitale.

In altre zone i montanari hanno scelto come espediente l’emigrazione all’estero. A Cattaragna no.  Forse perché una lunga tradizione li attacca alla loro terra e all’intimità delle loro famiglie, forse perché le circostanze hanno permesso fino a qualche tempo fa di trovare un po’ di lavoro di cui si sono accontentati.

Da trent’anni a questa parte qualcosa da fare c’è sempre stato: le strada Marsaglia – Boschi, la galleria della centrale idroelettrica e il bacino idroelettrico di Boschi furono le opere che impiegarono la mano d’opera locale. Poi venne il taglio dei boschi che pure aveva reso qualche cosa. Ma ora tutto questo è finito da un pezzo.  Come faranno in avvenire?

I montanari di Cattaragna non chiedono molte cose. Con un po’ di aiuto e di comprensione da parte delle autorità competenti essi saprebbero fare miracoli. Negli anni scorsi ad esempio era necessaria le scuola e il comune aveva stanziato ottocentomila lire. Ebbene i bravi montanari le hanno fatte bastare e si sono costruito un bell’edificio prestando tutta la mano d’’opera gratuitamente. Ora c’è in progetto una strada che deve congiungere il paese al fondo valle. Sarebbe un lavoro provvidenziale assicurato per diverso tempo. Il progetto contempla trentamia giornate lavorative, ma fino ad oggi sono stati stanziati i fondi per coprire le spese di 750 giornate e un secondo finanziamento è previsto per l’anno venturo e servirà per altre mille giornate. Se il Ministero del Lavoro aumentasse gli stanziamenti  si potrebbe impiegare stabilmente una  maggiore quantità di mano d’opera.

Un altro problema che costituisce l’oggetto di vive preoccupazioni nel villaggio è quello dei pascoli. Basterebbe che gli organi competenti prendessero a cuore il miglioramento dei pascoli e questa povera gente troverebbe altri notevoli vantaggi. Infine c’è da risolvere la questione delle comunalie che dovrebbe essere definita una volta per sempre per tranquillizzare le famiglle che da questi avari lotti di terra sanno trarre miracolosi frutti.

 

G.V.

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