1958/10/04 – La «vera» del pozzo di San Colombano

Da La Trebbia del 4 ottobre 1958 di Gino Macellari

Testimonia la bi millenaria vita della nostra città

L’insigne reperto archeologico è stato provvisoriamente collocato nel giardino di Santa Fara a cura della Pro Loco – Un diploma del re longobardo Agilulfo del 599 accenna alla fonte da cui proviene la «vera» 

Dall’angolo riposto e indegno nel quale si trovava fino a pochi giorni orsono, è stata riportata all’aperto e opportunamente sistemata (anche se provvisoriamente) in in’aiuola del giardino di piazza Santa Fara, la famosa «vera» del pozzo antichissimo che servì alla popolazione ed ai monaci del convento di San Colombano. La cittadinanza ha così potuto ammirare il pezzo archeologico che testimonia dell’antichità di Bobbio.

Sarà bene riassumere la storia di questa pietra e parallelamente quella di alcune tra le più note vicende bobbiesi, per spiegare l’importanza di questo blocco di marmo definito da insigni studiosi, un vero «monumento».

Nel 599, con decreto proprio, il re Agilulfo donava a San Colombano il diritto di abitare in Bobbio e di possedere, in una, con la basilica antica di San Pietro, il territorio attorno alla città, per quattro miglia. Il sunto di tale disposto reale, è generalmente noto come «diploma di Agilulfo» di ormai acquisita autenticità, è visibile sul frontone dell’arco che conclude la parte finale del paradiso interno del convento (attuale adiacenza all’ingresso dell’Istituto Magistrale). Sotto il busto del re longobardo corre un’iscrizione latina datata 1725, con la quale i monaci del convento ricordavano il grande beneficio accordato a San Colombano nel 599.

Il pozzo

La meta del pozzo rimasta di pertinenza al monastero

Nell’atto di donazione era compresa la descrizione di una fonte situata nel muro che divideva appunto  le ragioni dell’abbazia da  quelle della popolazione o meglio da quelle del duca longobardo Sondrarit favorito del re, espressamente nominato nel documento. A lui il re doveva certamente grandi riguardi; possiamo anzi dire che il monarca dovette tener conto della situazione parecchio complessa rappresentata dalle esigenze della popolazione e dei numerosi rappresentanti regali più o meno importanti e dall’altra parte riconoscere l’immenso aiuto recatogli dal Santo irlandese nella controversia detta «dei tre capitoli». Le parole che indicano la fonte sono «praeter tantam mediatatem putei» (ad eccezione della metà del pozzo). Con tale clausola la popolazione poteva attingere acqua dalla metà del pozzo situato nel corpo del muro di cinta del convento, precisamente nella piazzetta di S. Lorenzo, in posizione ancora rilevabile facilmente, dato il breve tempo trascorso da quando il pozzo stesso fu rimosso (1933).

Il pozzo

La meta del pozzo a disposizione dei cittadini

L’imboccatura del pozzo era formata da quella stessa «vera» marmorea esposta in piazza S. Fara. Essa indiscutibilmente prova la preesistenza di abitanti bobbiesi nell’era pre-cristiana. Già il diploma di Agilulfo riporta automaticamente a ritroso di diversi secoli l’inizio delle prime vicende bobbiesi in quanto, menziona attività e poteri di ufficiali e messi e conti di sua emanazione, ma certamente sostitutivi di precedenti. L’esistenza della «basilica» di S. Pietro sulle rovine della quale S.Colombano edificò la nuova sua chiesa, dice chiaramente come fosse importante la zona, ché altrimenti non si sa a che a che possa aver servito una basilica, termine di per sé imponente.

Nel diploma vengono detti «colti e  incolti»i terreni da assegnarsi alla comunità religiosa ed è ancora un segno nonché della vita, della operosità della popolazione bobbiese.

È soprattutto però il pezzo di marmo della fonte, che rimanda indietro di comunità. È un masso, un pezzo unico di marmo, che posto in piedi, ha forma pressoché cubica, con queste precise dimensioni: base inferiore quadrata di cm. 75 di lato, base superiore di cm. 89 perché da un lato corre uno sbalzo-cornice di cm. 20 verso il basso; l’altezza del pozzo è di cm. 58.  Visto dall’alto il blocco presenta una faccia quasi quadrata (cm. 88 per 75) e completamente aperta con meraviglioso lavoro di scavo  fino ai bordi che misurano rispettivamente cm. 18, 15, 9, 7, rispetto ai lati.

La pietra formava, come si è detto, l’imboccatura del pozzo più antico della città e non essendo stato mai impiegate carrucole né argani, vi si attingeva acqua a mezzo delle braccia, cioè strisciando la corda sull’orlo della pietra stessa. Le scanalature che vi si osservano sono profondissime una di esse giunge fin quasi alla metà dell’altezza. Le scanalature sono numerose anche se non tutte della medesima profondità. Ciò che aumenta poi la meraviglia dell’osservatore è il fatto che dalla parte opposta esistono altri segni simili così che inevitabilmente ne deriva che la pietra fu anche capovolta e usata in modo uguale dalle due parti. Ora, tante e così profonde incisioni in un sasso di tale durezza, non possono essere state prodotte che da un logorio di secoli e secoli per cui non è più azzardato dire che le terre bobbiesi erano abitate anche duemila anni or sono (calcolo approssimativo che fece nel 1855 il celebre archeologo P. Adriani) ciò che appunto rimanda a quel 218 avanti Cristo in cui i romani fondarono Piacenza.

Il pozzo venne completamente rimosso nella primavera del 1933 durante i lavori di risanamento del centro cittadino, voluto dal podestà di allora, geom. Antonio Renati. Il muro di cintadell’ex convento, correva dall’edificio dell’albergo Barone per tutta la lunghezza della via  cosiddetta del Pozzo fin contro la sacrestia della chiesa di S. Lorenzo, con la quale formava un vicolo strettissimo, largo poco più di un metro e lungo 20 metri; proprio alla fine di detto vicolo, in angolo rispetto alla piazzetta di S. Lorenzo, esisteva il pozzo da cui fu cavata la «vera». Il muro era alto in media, 6 metri e presentava pericolo serio per caduta di sassi, non più trattenuti dalla calce, era nero per antica usura, aveva andamento irregolare; la strettoia che formava con le case di fronte impediva la normale comunicazione tra la parte alta e la parte bassa della città, nonché il naturale invito ai forestieri che desideravano visitare il più grande monumento bobbiese, la basilica di S. Colombano.

La consulta municipale, (membri i sigg. Paolo Cella, Giovanni Davico ed Ernesto Elba, presidente Renati) nella seduta del 14 marzo 1933, aveva approvato il progetto dei lavori presentato dal geom. Agostino Piazzi. La pratica  era stata nel frattempo perfezionata poiché occorrevano le approvazioni delle autorità ecclesiastiche e quella dei benefici vacanti. I lavori vennero iniziati il 1° aprile 1933 e terminarono il 29 dello stesso mese con la spesa di L. 18 mila 260. In omaggio ai tempi correnti la nuova via fu chiamata dell’«Impero» ed aveva effettivamente risposto alle aspettative. Nel dicembre del 1955 infine veniva abbattuto completamente il muro di divisione fra la città ed il convento, ciò che poneva la basilica ed il bellissimo colonnato a diretto contatto con la vita cittadina.

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