Il poeta Pietro Mozzi

A parte alcuni articoli apparsi sui giornali locali riguardanti la “Poesia” di Pietro Mozzi che ho giustamente riportati, per tutti gli altri scrittori non esprimo giudizi o commenti, ma sono certo che saranno graditi per le situazioni e particolari momenti che descrivono le piccole storie di tutti i giorni e che, nolenti o volenti fanno parte di tutti noi.

Nasce a Bobbio il 6 agosto 1865. Il giovane Mozzi ha frequentato il ginnasio licenziandosi con profitto. Durante il servizio obbligatorio, quale soldato della Milizia Mobile del distretto di Piacenza, servizio ufficialmente prestato dal 15/2/’86 fino alla fine di aprile dello stesso anno e dal quale il 31/12/86 è stato definitivamente “prosciolto”, il Mozzi nel febbraio di quell’anno ha avanzato domanda al Tribunale Civile e Correzionale di Bobbio perché venisse ammesso agli esami di gratuito di Cancelleria, indetti per il 17 e 18 marzo 1886 con decreto 3/2/86 del Presidente della Corte d’Appello di Casale Monferrato (Monferrato) da cui il tribunale di Bobbio dipendeva, Superati gli esami, il Mozzi è stato desinato a prestare servizio quale “alunno gratuito” presso la cancelleria della Pretura di Bobbio. Da quel momento l’ambiente giudiziario – amministrativo ha sempre inciso sulla sua vita e di quella della sua famiglia . Dei due figli, Renato, laureatosi in giurisprudenza, il secondo Augusto ha seguito le orme del padre, terzo, Mario ha esercitato la professione forense; l’ultima Angiolina, purtroppo venne a mancare in giovane età.

Qualche mese dopo Mozzi Pietro viene “tramutato” presso la Cancelleria del Tribunale della stessa città e, nel maggio 1887, trasferito presso la Cancelleria della Pretura di Broni, quale “alunno retribuito”. Qui, salvo una breve parentesi di quattro mesi di applicazione alla Pretura di Ottone, rimane fino 1889, allorché trasferito alla Pretura di Vigevano con una retribuzione mensile lire 80.

Nel 1889 viene nominato vice Cancelliere della Pretura di Monselice con uno stipendio annuo di lire 1.300.

Nel 1890, su richiesta, viene nominato vice Cancelliere aggiunto al Tribunale Civile di Bassano Vicentino, dove rimase fino al 1895, allorché, sempre su richiesta viene trasferito al Tribunale di Asti, con uno stipendio annuo di 1.430. Da Asti passa come Cancelliere della Pretura di Vignole Monferrato da dove, finalmente, il 7 aprile 1900 viene “tramutato” alla Pretura di Bobbio con uno stipendio annuo di lire 1.600, portato a lire 1.775 nel 1903, aumentato a lire 1.900 nel 1904 e poi di anno in anno aumentato fino a 2.500.

Avendo avuto elevati punteggi negli anni a seguire dalla Commissione di sorveglianza del personale e avendolo dichiarato promovibile per meriti la Corte di Appello di Monferrato, in data 18 luglio 1913 viene nominato segretario della Regia Procura di Alba. Raggiunta la promozione, dopo breve, ritorna alla natia Bobbio quale Cancelliere Capo del Tribunale, carica che mantiene fino alla soppressione del Tribunale avvenuta nel 1923. Passato a dirigere la Cancelleria del Tribunale di Piacenza, quale Cancelliere di prima classe, il 1 aprile 1926, su istanza avanzata per raggiunti limiti di anzianità di servizio è stato collocato a riposo col titolo e grado di Cancelliere Capo di Cassazione. Nel frattempo aveva ottenuto la nomina di Cavalliere della Corona d’Italia , onorificenza conferita il 25 luglio 1924.

Il Cav. Mozzi ha trascorso il resto della sua vita nell’intimità della sua famiglia , vivendo fino all’ultimo le vicissitudini della sua amata Bobbio partecipando attivamente alle varie attività culturali e ricreative. Morì improvvisamente il 7 aprile 1933.

Dalla Libertà del 28 ottobre 1985

Pietro Mozzi, cancelliere e poeta mise in versi l’amore per Bobbio

Bobbio, fin dall’antichità, fu amante dell’arte e della letteratura. Nel suo monastero i monaci amanuensi copiarono i testi antichi tramandando così a noi preziosi manoscritti. Nel secolo scorso nella città di San Colombano ebbe particolare risonanza la letteratura in vernacolo bobbiese. L’immediatezza e la spontaneità è la caratteristica principale degli scrittori e dei poeti che adoperano la «lingua» della loro terra d’origine invece dell’italiano. Certi sentimenti particolari, certi modi d’essere e d’agire sono impossibile da tradurre.

A Bobbio, tra il XIX e il XX secolo visse un poeta che ci fornisce un valido esempio di letteratura in vernacolo con le sue opere: Pietro Mozzi. Egli nacque alla fine dell’800, sposò e visse la maggior parte della sua vita proprio nella città della val Trebbia dove era impiegato come cancelliere presso il Tribunale.

La grande passione di Pietro Mozzi fu la poesia in vernacolo. Scrisse molte liriche, alcune di intonazione satirica, altre devozionali. Particolarmente significativa Röb ad l’âtar mond.

In questa poesia l’autore ha modo di far conoscere al lettore tutto il sui affetto per Bobbio: «O bei mont du me pais, – sempar bèi cmè sent ann fa, – sul a vèdav me m’è ‘dvis, – da rivèd a mia cà! Eccu Lerta mèza nüda, – e Carâna, u Bosch dar Cmün; – a tramont, a l’èria crüda, – d’alsa on brick lontan da nün;- Ciàu, ponta benedèta, – ciàu, Pènas maestus, – me salütt a to Caplèta, – i to prâ meraviglius! – Quanti vöt dai to senté, – sul sulètt, sensa rumür – drit e ferm’ens i dü pé – ho gödid e peû bei ur! – Grüp ad cà seû pr’è culèn, – vall e bosch e citadén – S’erav püra on gran spectacül. Bèi marénd a l’âria sâna – miss par tèra sensa piatt, – o bèll’ acqua da fontâna, – mì zà dat di güst da matt! . ‘Dèss ch’a pens chìll bèi mument – quand gh’andâva con Pasquéna – e ridivan tùtt content . là davzin ens l’erba fena, – preûv on sens ad nustalgia, – sent on veûd ch’u m’abandona, – è partì tütt l’alegria … – sti memöri m’endispona. – Par te Pénas dritt e dür, – ch’at cunuss di gran misteri, – ag sarà rimèdi e cür, – sunrà l’ura dar criteri …… »

Leggendo i nomi delle località citate in queste nove musicali quartine pare proprio do sentire il palpito carezzevole con cui l’autore li nominava. Oltre all’evocazione lirica, la satira nei confronti dei tempi moderni (da notare la data della pubblicazione: dicembre 1922):

« Perbacuscampu a Bobi i diventa matt! – Etlà che bel rispârmi i van a fâ! – Ra leûna l’è scarlenta, u pâ dé fatt – e stì paciügh jèn tùtt enlüminâ!

Nün gh’âvam l’oli sul par j’ensalatt, – caragrassia pudèil anca truvâ, – e lu, con pöch rispètt e sensa tratt – i stüdia ra manera ‘d fâl brüsâ!

Dörma zendâram, prèv, paizan, burghèis, – en gir a gh’on silensi buzaròn – e ché ‘n sa vârda né consüm né spèis!

Ma bravi! Dègh peû fiama a ‘sti lampiòn – lüstrèvai bèn, o câr i me bubièis, – salvèm i gatt da tütt i scapüson! » –

Nelle successive quartine abbiamo un saggio di poesia didascalica. Pietro Mozzi ci spiega l’origine e il funzionamento della «curent», del cinema, del telefono, Soprattutto però dominano sempre il ricordo e la nostalgia del tempo passato, della Bobbio tranquilla e serena che aveva visto crescere Pietro Mozzi.

Per quello che riguarda lo stile, si presenta assai variato sia nel vocabolario, sia nell’uso della metrica. Questa varietà della versificazione è dovuta è dovuta anche alla diversità dei toni e dei temi trattati. In tutta la lirica si respira un’atmosfera particolare, resa intima e confidenziale dall’uso del dialetto e con una vena di intensa commozione e di vivace partecipazione. La malleabilità della poesia in vernacolo contribuisce alla creazione di scorci imprevisti e si acconcia a rapide impennate là dove la necessità narrativa esige un passaggio più vibrante, un epiteto più colorito. Alla fine della poesia il lettore dimentica il senso specifico delle parole, il ruolo mediatore è anche un po’ attenuatore del dialetto e vede le larghe onde dei versi giunti fino a livelli particolari di incandescenza artistica.

Matilde Orsini

BOBBIO CHE PARLA

Di seguito trascrivo tutti gli scritti in vernacolo che ho trovato nel corso delle mie ricerche, alcuni già noti altri invece trovati in vecchi canterani ed altri scritti e letti in feste familiari o amicali, ma non per questo di minor valore in quanto dimostrano che quando si vogliono esprimere sentimenti o situazioni particolari e più intime si preferisce dirle nella parlata di “casa”.

BOBBIO CHE PARLA

Am son ciamâ dar vöt en da par me
cös’a dirèva on om di temp passâ,
nasíd e mort chimὀ tant ann endré,
pudend on bel moment resüssitâ
e girâ sul par vèd u so pais,
u sit di so gram vècc e tútt j’ amis.

Sentil en da par lü a fâ i confront,
a biasimâ opür ludâ i mudèran,
vèdal surprèis a tigna seû ra front,
a rid, a pianz, a dì parὀl d’enfèran,
par me l’è sempr’ a stat on desideri
mia da piâl en schèrs, ma seri, seri.

Cösa vurív? Stè ‘tenta che gran câs
Röba d’an crèd gnan me, s’an fissa vèira,
ch’av lassa lé balurd con tanta ad nâs,
ch’av fa drissâ i cavì cmè ‘r fi dra tèira …
cribiu, ch’afâri, fiöl d’ona picena,
am sent ancur’ giassâ ra schena!

‘Sta désideri viv ch’am tribulâva
ad dé e ‘d neûtt e d’ra e da strazura,
me ‘n sö par che miracul u dventâva,
Dop tütt, ghè stat ad chill, prima che mè,
ch’a vist di mört a vègn e turnâ endré.

Târdi, ma târdi bèn (adré mèz bott),
ra neûtt di trenta april ad lann passâ,
câusa Carlin di magg(1) e sti giuvnott
ch’a gira pr’è campagn e pr’i pulâ,
turnâva zeû da feûra, ona rugnèra
ch’i m’han lassâ i me vècc sut’a Sarvèra.

L’era ona neûtt tranquila, pütost cièra
con quasi mèza lèûna tüta en vista,
gnanca ona bâva d’âria, sütt par tèra,
a gniva a cà pacific cm’on batista;
gh’era sultant on can, fist alugâ
ch’u rompiva ra pâz pr’u so baiâ.

Rivand ar pian son prèsta r simitri
E lè dadnans, ai pé da scarinâ,
a sent da galantom ar desideri
d’alvâm u me capèll e meditâ
ens è furtün dar mond e j’enlüsiòn,
ens chil dü guatr’ ad tèra … ultim bucòn.

Son stat a testa bassa on pâ ‘d minút
e dop, alsand seû j’ eûcc, perdinciu, a vèd,
ancura dentar du rastèll dat tütt,
ona fiamètta ad chill mèz müciafrèd,
pugâ par tèrta e senza feûgh a suta,
ona lèngua d’on pârma a ponta ruta.

M’a spiegh diversament, s’a m’ascultè:
Sgiafâ cma l’era, slandra e putamola,
a fâva ‘r zeûgh dra fiama ent’ i paiè;
on buff seû dritt cmè ‘r füm d’ὀna pistola,
e peû on strenzòn, segnal da scomparì …
ona para ‘d sait … e via par surtì.

Gieûsusmaria! Ass m’escurissa j’ eûcc,
son tútt on südur, ent on giasson,
e ‘m balla ‘r man, ar cheûr e ‘m trema I sneûcc,
oh che mument, Signur, che brütt bucòn!
Scapâ?! Ma si! ‘S fa prest a di «scapâ»,
Câra grassia rembâss pr’an fâss dar mâ!

Cm’èla, cm’an èla, am pâra da sentì
a dim sti du paròl in curtesìa:
«O Crombanin curagg! Fam ar piasì,
menam con te, fa prèst, anduma vìa! »
Èl cul ciamâm par num, èl ar dialètt,
cös söia me, respir … am sent prutètt.

Ad fiama ‘n ga n’è peû, gö ‘r pass sicür;
m’accörz ch’an son peû sul, ma ‘n vèd cul gnent,
e tir enans lassand endrera ‘r mür
convint d’assist a röba surprendent.
On fiâ, difati¸’u manda ‘st’espression:
«I sèn drevèrtt rta strâ! … Che bèl stradòn!».
A s’era feûra ‘d me ‘d ra contentèssa;
vuriva anca rispond, ma ditt e fatt
cul fiâ l’è dventâ vus e con franchèssa
u sbalsa avanti on pass e tútt a on tratt,
cvièr e ciarént, en nota d’arminìa,
um tira zeû sta squârs ad puvesìa:

«O bèi mont du me paìs,
sempar bèi cmè sent ann fa,
sul a vèdav me m’è ‘dvis
da rivèd a mia ca!

Èccu Lerta mèza nüda
e Carâna, u Bosch dar Cmün;
a tramont, a l’âria cruda,
s’alsa on brick lontan da nün;

Ciàu, ponta benedèta,
ciàu, Penas maestus,
me salütt a to Caplèta,
I to prâ meraviglius!
Quanti vöt dai to senté,
sul sulètt, senza rümur,
drìtt e fern’ ens i dü pé
ho gödid e peû bei ur!

Grup ad cà seû pr è culén,
piantâ là cm’è par miracul,
Vall e bosch e citadén
S’erav püra on gran spetacul!

Bei marénd a l’âria sâna
miss par tèra sensa piatt,
e bell’acqua dà fontâna
mi za dat di gust da matt!

‘Dèss ch’a pens chill bèi moment
quand gh’andava con Pasquéna»
e ridivan tútt content
là davzìn ens l’erba féna,

peû on sens ad nustalgìa,
sent on veûd ch’u mìabandona,
è partì tútt l’alegrìa …
sti memöri è m’endispona.

Par te Pénas drìtt e dür,
ch’at cunuss di gran misteri,
ag sarà rimèdi e cür,
sunrà l’ura dar criteri …»

Ariv en san Fransèsch adré ‘sta vus,
e n’hö ‘vid temp d’esprim u me giüdisi,
che dit e fatta m lassa lé carius
ens è marend, memöri e benefissi,
par tacâ tost on’âtra tiritéra
co’ r fâ di vècc e dita a ‘sta manra:

«Perbacuscampu a Bobi i dventa matt!
Etlà che bel rispârmi i van a fâ!
Ra leûna lìè scarlenta, u pâ dé fatt
e sti paciügh jen tútt enlüminâ!

Nün gh’âvan l’oli sur par j’ensalatt,
caragrassia pudèil anca truvâ,
e lu, con pöch rispètt e senza tratt,
i stüdia ra manéra ‘d fâl brüsâ!

Dörma zendâram, prèv, paizan, burghèiz,
en gir a gh’on silensi buzaròn
e ché ‘n sa vârd né consüm, né spèis!

Ma bravi! Dègh peû fiama a ‘sti lampiòn,
lüstrèvai bèn, o câr i me Bubieis,
salvèm i gatt da tútt i scapüsòn»

«On secul fa me s’era vècc ar mond,
e peûss giürâ ch’en fatt d’ecunumìa
d’oli e ‘d fanâl ag n’era on finimond,
divèrsament dirèva on’eresia:

Ona candèira ad si(2) par vèd i tond,
e tútt è ditt; a vöta tenebrìa.
Girâva sul, ad neût, i gabamond,
ra gent cm’ass dev en gir an ghera mìa!

Apena ‘ssnâ s’adsiva u so rusâri
Atach ar feûgh opüra ens u pontì,
Du büstarnè … dü ball … discurs d’afâri,

L’ultim bicier da penta par finì,
a neûv precis en lètt, èccu l’urâri …
e bona meûtt a tútt che bel durmì!»

Timid va bèn, ma ‘n pö tacâ ens ar viv
Am fö curagg e pârl an pö anca me:
– Pardona …pardunè, ma …gh’hö da div
Che ‘r mond u n’è peû cul di temp endré;
urmâi dè vostar lüm s’ è pèrs i stamp
pr’ona sèrta envension ch’a pâra lamp.

Sèrti metall par longh e par travèrs
en machinâri assèm con d’j’ îngredient,
ch’i pirla, i gira sempar pr’u so vèrs,
e l’acqua ch’a ja mèta en muviment,
i dan calur e lüz con tanta försa
che barba d’om, co’r fiâ, mâi peû u ja smörsa.

E quand l’è ura, cmè s’a dèssv on sègn,
e l’acqua a fa girâ sta gran mürìn,
dentr’ona cörda ‘d fèr tacâ ai sustègn
passa cmè lamp, dirèta a u so destin,
‘sta försa e ‘sta gran lüz ciamâ curent,
ch’a senda ogni lampiòn ent on mument.

Chimὀ, pr’esempi, a sum nassìd pövrìn
e ‘s rangium a ram èi cmè Diu veû,
ma s’andesv’ a Milan, Gènva, Turìn,
in qualunche citâ, dond vurì veû,
vedrisv’ a ‘sti bei Cent in gran risursa,
e cös jèn bon da fâ slargand a bursa;

parchè, sta lamp, u dà tant energía
da fâ di machinâri ad tútt ar rass:
par fèr e par curàm, par seigaría,
par fâ capèi, savὀn, röba da brass …
pat tútt, ensuma, cul ch’è necessâri
a ra vita, ar cumèrcc, a tútt’ j’ afâri.

J han fin studiâ da presentâ en teatar
De pitür ad parson ch’è pâra viv;
là tútt ass meûva e ‘s vèda ar diâv a quatar:
on quarantott d’esagerâ-geniâl,
ch’a lè pr’i bursareû scola ‘d murâl.

E sempr’avanti! an ghè d’embrὀi ch’a tègna;
sempr’ ogni dé on envension peû bèla:
vuriv parlâ con chii ca sta … en Sardègna?
On barachin, du corn’, ona rüdèla
I fan passâ ra vus cièra, lampanta
e l’è tútt dit se par ra strâ a s’incanta.

Adèss ass vula, i stan sut’acqua ad j’ur,
i zeûga con ra mört par tútt i vèrs,
i van a ruta ‘d coll ens i vapur,
i sfrüta ‘r mond par dritt e par travèrs;
andand acsé, v’u digh da galantom:
a machina i faram parfena j’ om! –

Hö sentid on süfflâ cm’ona ridâda
e sübit l’amison u taca a dì:
«Si … tútt va ben … ma l’è ona bufunâda
‘sta smánia ‘d l’om d’avèiag l’Enfinì!
Iün e l’âtr’ iss massa par vèss gall!

Parchè tanti pensier e tanti afann?
Parchè ‘sta vita curma d’ambissiòn
fatta peû brüta en ‘mzüra ad tütt îngann,
fatta csè cürta en mèz a j’envension?!
Ciamal prugrèss, ar viv da sta manera,
me löd u me regrèss, an ta daspera!

Par via dar prugrèss, dè menta che
cöss j han fatt di nostr’ ört en San Fransèsch!
Piassa … banchen lamò feûra di pe…
e piant .. e piant par vègn a ciapâ ‘r fresch!
S’è sempr’ensgnâ che l’âria a mèta aptitt;
in gamba, fieû, pièn pöca e righè dritt!

Ar post da pompa ghera cultivà,
sübit abass ga stâva l’arlandìn,(3)
sura u purtòn d’entrada a sta çitâ.
Là dar convent a gh’era dü bèi prin
Che fena dar sessentsessantaquatar
U gh’ava piantà on frâ, orla e sguatar.

Ma dim: «Cös èi chill cârt d’ogni culur
Ch’a sporca tütta ar mür da sta canton?»
– Ien manifest, avis par dâ sentur
Ad cumèrcc, ad reclàm e d’elession;
on temp i dâva avis sunna a tromba,
adèss ra stampa a spâra le a so bomba. –

«Cös èia st’elession?! Me ‘n ta capiss!»
– Cös hai da vèss. L’Italia liberâl
l’ha ditt on dè: Finumla, an veûi ‘d pastiss!
ch’uss dèta ar popul tútt a so mural
e ch’u scriva è lègg e ch’u J’ osserva,
che me, perbaccu, an veûi peú fâgh ra serva!

Sicum che sta gran popul tútt ensèma
l’avrissa fatt cm’è cul ad Babilonia,
pr’an perd u so giüdissi, né ra flèma
l’ha truvâ ch’è l’erba siridonia ….
cull’erba ch’a guarissa tút i mâ …
l’ha scupèrt ch’ass peî fâ di depütà.

Par fa sti Depütà ig veû j’ elessiòn:
e lé: Dü cap partì (cmè can e gatt)
i tira feûra tanti bèi razòn:
«ma si …ma no … faröö … cul là l’è matt …»
e dagla e tuca, a füria da remgâ,
anduma ai vut, e sörta ‘r depütà.

Ma gh’è dar malümur par sta truvâda,
e pâ chi studia a fond on âtr’ ingagg;
rèmgâ sultant par iun l’ona gufada …
da za ch’ag suma adrè fumass curagg:
sarcumass di Partì con sètt o vott,
s’a sörta u me culur gradàgn ar lott. –

L’amis u fa: «Oh! cust l’è prugrèss!
S’ag fissa anca da bèiv, za ch’a l’è ché,
gh’i leûg a fâ sti depütà da spess …
magàri, s’ass pudissa, on pâra ‘r dé!
O Cromban’n: Chi si contenta gode;
Il tempo segneravvi imfamia o lode.».

Csè ciaciarànd ass vègna fin en piassa,
e sent u me compagn ch’us mètta a di’:
«Vuiatr’ i fatt di cambiament en massa;
i slargâ, pitürâ … tutt cm’a vurì,
ma i pörtagh dar Palassi,(4) en simetria,
ien statt alvâ par smania ‘d tirâ via!

Urmâi me gö on concètt du vostar viv,
aspètm’ona minüta en spörtagassa;
Fö on gir me sul …» U va; me spètt l’ariv.
U turna enfati prèst par di ch’um lassa;
passa fratant en furia on autumobil
e lu, surpreis: «Oh vârda che brutt mobil!

O che mond, che gabbia ‘d matt!
O che reûda, o che buratt!
Diga ben tútt chill ch’a veûCrombanin, an nen peûss peû!

Cös söi me di Depütâ
E d’ingagg ch’ass veû studiâ,
dé paroll ch’a va en Sardegna,
di teatr’ e ‘d cuù ch’ j’ ensegna?

Cös m’en fa di machinari,
‘d l’energia e ‘d tutt j’afari?
che süg g’hâla l’esistenza
sempr’en lotta o penitenza?

Sti mezdoss empasgtissâ,
im gh’ han l’aria d’on strièz;
stavân mèi ai temp passâ
senza tanti entrigh da mèz.

Oh! bei temp ad ra rimagna,
sérav propi ona cucagna!
Stâva alegra tútt ra gent,
ass mangiâva franch par gnent.

I cravètt pr’on sait ad cott,
Gratis vin, salam, ricotta;
Bei galén pr’ona cagnèra,
e bzontâd ad pulinèra.

Fin déz eûv par mèz muta,
e ra fruta tútt’ a suta!
O che mond, che gabbia ‘d matt,
che murin!…che cà da ratt!»

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(1) Calendimaggio

(2) Sego

(3) Becchino

(4) La casa Municipale, il cui pianterreno un tempo era ad arcate.

COMMEMORAZIONE DEL 4 NOVEMBRE

La verve poetica del Cancelliere Mozzi ha spaziato in vari campi: dal poema, alla satira, al sonetto, all’ode. Il 4 novembre 1918, il poeta , pervaso da intenso fervore patriottico, ha composto “Vittoria”, una poesia dialettale commemorativa della sofferta, raggiunta vittoria nella prima guerra mondiale, in calce al cui manoscritto l’autore ha posto una annotazione che vale la pena di ricordare: «N.B. L’entusiasmo per la grande Vittoria raggiunta raggiunse anche a Bobbio il parossismo. Musica, canti, fiaccolate, discorsi. L’avv. Bellocchio e il Geom. Panarone, nel pomeriggio del 4 novembre, mi consigliarono di scrivere e di parlare al pubblico in dialetto e in due ore ho composto i versi dialettali di “Vittoria” ».

In detta ode, forse a scapito della lirica, traspare tutta la foga e l’esultanza dell’uomo, entusiasta per la vittoria raggiunta con sacrifici, privazioni, eroismo, pianti e morte e altrettanto felice perché finalmente avrebbe potuto riabbracciare i suoi tre figli, tutti combattenti, di cui uno prigioniero in Gemania a “Celle-lager” (piccola cittadina nei pressi di Hannover).

“ E chil pövar parzuné

I gniran a brassän seû…

Affamâ .. con nüd i pé …

Quanti lägrim, povri fieû!

L’amor filiale ha portato il Cav. Mozzi a comporre, con orgoglio un’altra poesia intitolata “Decurassion ‘d Ranato” ( 9 giugno 1917) di cui è pure interessante l’annotazione in calce al manoscritto: «Fu letta nella sala di S. Chiara, quando si consegnò la medaglia d’argento al figlio Renato ed altra al Cav. Repetti per il figlio Cesarino allora prigioniero. Tale cerimonia combinata la sera prima, precedette la lettura di alcune poesie dialettali piacentine recitate dall’autore prof. Faustini. Poiché si era in pieno programma dialettale ho creduto bene di comporre e leggere i versi ora trascritti».

Nei versi di che trattasi l’autore frena la felicità e l’entusiasmo per la decorazione del figlio Renato che benché ferito, da solo è riuscito a sgominare una postazione nemica, con un “ A te fatt u to duver” e con molta delicatezza nei confronti dell’amico Angelo Repetti, il cui figlio, pure decorato recita:

“ Ah! S’a vègna i parzuné!

Che fürtuna, di’, che gust!

S’u fa tanta da vègn cul dé,

che cügagna! Che röb giust!

Ag daruma ’d chil amdaj

Larg cm’è furma dar furmaj

Attraverso la poesia e i canti di quel periodo e le relative annotazioni e ricordi – il Cav.Mozzi –

commemora pure il tenente Giovanni Bertacchi di Lugo di Romagna, ma di sicure origini bobbiesi, medaglia d’oro alla memoria – è possibile recepire lo stato d’animo non solo del Cav. Mozzi, ma di tutto un paese, anzi di un popolo, stretto attorno ai suoi eroi al fronte, che si sentiva partecipe dell’ultimo atto del Risorgimento italiano e della definitiva unità d’Italia. È quindi comprensibile l’entusiasmo e il tripudio per la Vittoria espressi da tutta una Nazione che ha sofferto angosce e privazione: in altro sonetto intitolato “Nadäl 1918” – quindi a guerra finita, tra l’altro è detto “O tèsra o miga tèsra “ con N.B. : «Nel 1918 non si acquistavano generi alimentari senza tessera».

L’entusiasmo e l’orgoglio ha continuato a perdurare nel tempo tanto che tutti i Comuni, per rendere omaggio , onore e gloria imperituri a chi ha offerto la vita per la patria, si sono impegnati ad edificare un monumento a loro memoria.

Ancora una volta il Cav. Pietro Mozzi si è offerto di partecipare fattivamente all’erezione del cippo commemorativo pubblicando nel 1922 pro monumento ai Caduti “Bobbio che parla – Röb ad l’ätar mond” nella cui prefazione si dice: “ La grave necessità in cui versa la nostra Bobbio, deve farci escogitare ogni mezzo di aiuto, ed ho pensato di concorrere come posso, affidando alla stampa di ottimo amico bobbiese (Tip. Repetti), le poche pagine del mio manoscritto, fiducioso di incontrare, compatibilmente con le difficoltà ortografiche date dal nostro dialetto, la vostra simpatia”.

È lecito dimenticare chi è morto, chi ha sofferto, lottato e pianto per uno scopo che è il nostro: vivere liberi in una Nazione libera?

Il 4 novembre dovrebbe essere la principale festività civile in omaggio alla nostra libertà.

Avv. Pietro Mozzi

Ghè on custüm vècc en gir par sti pais,
ch’u veû che ‘sün a vaga, ar de ‘d Nadâl,
né dai parent, né dai peû câr amis
a nastüzâ cüsen, canten o sâl.

Usanza tanta goffa, me m’è ‘dvis,
da lassâ cur, enfin, ch è ra murâl
a l’è che pull, chisseûr e pasta e ris,
a ghè par tütt e ca, l’è naturèl.

O tèsra, o miga tèsra a suma ben
che tütti ‘s mangia cul ch’a fa dabseûgna
e ‘n ghè ‘d misreia par sta circustansa;

ma peû, ra sira, oc fioca oc faga ‘ssren
a dila ciâra, ass seûgna e sa strasseûgna
l’alegra compagnia, a mej pitansa.

VITTORIA!

Oberdan, Sauro, Battisti
cös dirâj da sti giurnâ?!
I diran “ I frütt ièn chisti
di martjri ch’um pruvâ”.

I diran “ Italia bella,
a te ‘vid on gran curagg!
Sempera suta a cula stella
de to förss te dat l’assagg!

Bell’Italia i to suldâ
Quanta ben I han fat tar mond!
Nün a suma vendicâ
i tudèsch ch’iss vaga a sciond!”

E Mazzini, in bun zenèize,
seri, seri u slârga ar man
barbutand: “An fetu e spèize
sti mandili d’Italian!”

Garbaldi, da gran om
u fa sègn sense parlâ
e Vitori Galantòm
cria “ Fieûj, suma arivà”.

E me dig: Italia câra,
t’ag l’è datt al Capurètt!!
Ass sa bèn ….faland s’empâra ….
bona si, ma s’at ta met ….

S’at ta mètt coi sentiment,
propi giüsta cm’a va fatt,
e ‘t biassüg tramèz ai vent:
– Ta pagré – e peû ta scatt,

ch’el cul boja ch’at peû tègn?
Chìel cul mustar ch’a ta scontra?
Prima ‘ncura da dì: “vègn”
at ga sait con jongg a contra.

Te ‘t ta fid ens e to förss,
i to fieû jèn tütt valur,
at pudré fâ quârch asförss
ma at ta câv con gran onur.

Pörta drita sta gran testa,
o Madona ‘d l’Adriatich!
‘Arda: tütti suma en fèsta,
tütti quanti sum fanatich!

L’era on seûgn Triest e Trent
ch’ass mirâva da ‘r lontan
ma peû ‘nsün a gâva en ment
ch’uss veirèssa d’incheû ‘dman.

Brâvi fieû! …. Cöss hoi da dì?
O suldâ tütt feûgh e fiama,
ghi u vostar bonsarvì,
gh’ l’Italia ch’a l’esclama:

“ A mumenti l’è finida …..
turnarì ben prèsta a ca,
ma ghè försi ona partida
ancamò ra pârt da d’là;
Gnent pagüra: Dü sgiafòn
dai fransèiz e ‘Merican,
Willem Kaiser en parzon
E peû basta …. arvèdos adman”

E chil pövar parzuné
I gniràn a brassân seû …
Quanti lâgrim, pövri fieû!

Ma che lâgrim! Alt ar cheûr,
o giuvnott, o bèi suldâ;
lassè buj tüt i maleûr.
Cös èl mâi sta lagrimâ!

Viva l’Italia e i so guerrier!
Gloria ai Mört da sta Campagna!
Stand en mez a sti bander
ass dasmenga l’Alemagna!

O bandera triculur
benedissa u nostar re!
O speransa, o Pâz, amur
A San Giüst at ga staré.

Decurassion ‘d Renato

9 giugn 1917

Dai rivolvr e bajunett,
dai to ‘cmand ad l’ann passâ,
da ra puvr ad chil füzèt
ch’a sparâva i to suldâ,
ch’èl ch’avrissa ditt, o fieû
a giurnâ dar de d’incheû!

Furia ‘d bataglia – trencer saitâ,
culp ad mitraglia – canon, murtâ,
spavent ad mört – vuz ad ferì ….
l’on gran confort – pudèi surtì!

Te ch’at se stậ gran burdleri,
ch’a te vist, ch’a te pruvâ …
diml an pö, ma dimal seri:
l’on miracul jèss turnâ!
L’è quàrch sant ch’a t’ha prutett,
altrimenti it fâva nètt!

Reticulâ – Cârs e valòn
acqua a canâ – foss e montòn,
rabbia tudèsca – groria Italiâna …
sta trüppa frèsca – si l’è nustrâna!

A te fatt u to duver
vers Gurissia e all’Altipian,
‘dess pens dì ch’a te guerrier,
ch’ a te sangu d’italian!
Cul ch’an te pudì fâ ‘d mèj,
il faran i to fradèj!

Batì d’ad che – früstè d’ad là …
ciapè i senté – cucièv d’ad sa,
girè a ra ditta – vuzè “Savoia”…
via sta nitta, via stì boja!

Quand a sent i to racheûnt
episodi ‘d mârcc e d’alt,
quand at ghè sta turnacheûnt
a quattr’eûcc ad dimm j assalt,
me, ch’a son za quâsi gram,
am sent l’ânma tüta en fiam.

Adoss, pardiâna – bott da leon!
Försa Italiâna – bomb e canon!
Caciuma via – ra preputensa!
Mört a ra spia – dumag sentensa!

Ma s’a turna i parzuné,
da Mauthausen, da Laibac
igh n’avran ben peû che te,
ens ar cheûnt ad chil macac!
Pövra gent, cös’i han mâi vist
tra chil facc ad mâl acquist!

Curagg, o fieû – suma pöc lontan;
on mont incheû – on camp adman,
l’è röba fata – durè ‘s pudì,
sta rassa mata – l’ha da murì!

Ah, s’a vègna i parzuné! …
Che furtüna, dì, che güst!
S’u fa tant da vègn cul de,
che cücagna! – Che röb giüst! ….
Ag daruma ‘d chil amdaj,
lärg cm’è furam dar furmaj!

Alt e bander! Butili ‘d vin!
Viva i guerier – e i mandulin!
Za quâsi i turna – che bèle gioia …
Viva Cadurna – Viva Savoja!

N.B, Letta nella sala di Santa Chiara quando si consegnò la medaglia d’argento a mio figlio Renato ed altra al Cav. Angelo Repetti per il figlio Cesarino, allora prigioniero.

Tale cerimonia, combinata la sera prima, precedette la lettura di alcune poesie dialettali piacentine recitate dall’autore Prof. Faustini. Poiché si era in pieno programma dialettale ho creduto bene di comporre e leggere i versi ora trascritti.

Dalla Trebbia dell’11 Agosto 1917

Scherzo poetico sulla leggendaria origine del Ponte di San Colombano, composto in dialetto piacentino dal Prof. Faustini e da lui declamato il 4 corrente nella sala di S. Chiara.

Ar dièv u fà ar Pònt Göb ad Bòbi

Ona nöt ent on ciél srèn
a curìva di nüvron
e ens a gèra biànca ad Trèbia
a pasèva di scüròn.

Aiamè ! Da ra pianüra
a gniva sö on tempàs brüt
de saièt da fè pagüra
e de trunèd..tremèva tüt.

O signùr! Ma ent on mumènt
tüt ar mònd l’è on scüròn sùl
On ventàs a s’ciànca i ràm
e ia pôrta via en vùl.

E śö aqua e aqua a śdèl!
On s’ciarù, pö on scür prufònd
e pö ent l’èria on fracasèri
da parèi ra fìn dar mònd.

Ma ent ar Còro dra céśa ad Bòbi
gh’è a preghè San Culombàn.
Pôvar vec’! U dórma sèch
ens u lìbar ch’u g’ha en man.

Ar Demòni us ne prufìta.
La śö en Trèbia, da on gràn büś
spònta föra du gran còran
du ôrciàs nèigōr…on brüt müś.

On’öciè af fögh a ra montàgna…
on’öciè ad fögh a ra pianüra….
Föra en pé! E ciél e tèra
i trèma tüti dra pagüra.

Lü, là sùl, en mèś a Trèbia,
tra e fiàm, en qùl bacàn,
pìn ad ràbia u vèrda e vèrda
vèrs ra tùr ad Sàn Crombàn,

chè as vèda en mèś a e cà,
ogni tànt ent i s’ciarù,
ch’u fa ra guèrdia, cm’on pastù
a i so agnèl durmentè.

Ah ! t’hé fat o Frè ra cà
per gratèm tüt i èn cmé mé ?!
Bèn! e me farô ché, on pònt
per mnèt via ra géntt dadlé.

Cón u lìbar ens i śnöc’
schisàgh pü on piśulìn
ch’ag sarà ar Pònt ens Trèbia
prima ch’a sìa gnìs matìn

E so öciè ièn stat di làmp
e la vùś a l’è cm’ar tròn…
Da ra büśa u ciamà föra
Diavulin, dièvul, diavulòn,

chi sa scòrna, chi sa scavàlca,
chi fàn mìl vèrs da màt.
Ma ar Demòni cón ona öciè
i mi ha chièta en t’on dìt e fàt.

– Ché, Buriàn! E ens a sta rìva
fàm cói coran, ona bèla mürè !
E Buriàn ràspa e scurnàsa
e ar Pònt Göb l’è cmensè !.

Ché, ètar deś, e drit en fìra !
Sö có e schén, bèn enarchè !
E ché e là a cùr, cón on gràn caśòt
Dièvul gròs e dievulòt.

Beneficensa

(2 mars 1919)

L’è fin adèss ch’a pens cös hö da fâ;
s’ho da parlâ ‘r dialètt o l’italian,
ma gira, mèsdà e vöta sta bügâ,
son che ‘ndecisa e luca maniman.

Parland en bon bubbieis, èl on delitt?
Cös èl a st’italian, santa passiensa!
A scola … sì … capìss, marciuma dritt,
ma che, scüzè, tratums in confidenza.

L’è röba tanta cièra da spiegâ,
che sübit ent on gieûsus l’è capida:
vurum dine … dine pr ’i brèv suldâ,
e tütt l’è ché; murâl bell’e finida!

“Ma chee” – dirì – “ma laa …ma che manera!
Sta pövar pörtafeûj l’è sempar en man,
cös av cardìv, ch’ass g’abbia ona miniera?
Ch’i söd iss bata incheû par spendia ‘dman?

E sempr’a sti suldâ, corpu de Diana!
U n’è ch’on riturnell, on gran mürin:
mazéna adèss, mazéna tütt ra ‘stmâna,
jèn che trì ann ch’an fum che spend quatrìn!
En là … che dann! Calmèv, i me Bubieis;
ar dann l’è relativ e gh’è ‘r guadagn,
ché, cul ch’incheû ‘s consuma en tanti speis,
adman u turna a ca muvend on scagn.

Pr’amur dar ciel, lassem a stâ i suldâ,
che se par câs i fissa statt astràcc
o i èssa piâ spavent de caminâ
l’avrissav bèn sübit on brütt asmac!

E chil tudèsch alura i saris gnid
a piâv cul ben di diu ‘ag ghì par ca!
On bèl guadagn dabòn l’avrisn avid,
s’in fìssa stat caciâ ‘ra pârt dadlà.

Parlè con chil dar Venet, dond ièn statt,
e sentirì che bell’educassion!
L’amur di Venessian, par sti Cruvatt,
u si davans, u zeûga coi baston.

Suldâ d’Italia, onur da sta Nassion
tütta bèlla ridenta, en fèsta e fiur,
disa i to strussi, disa a to passion
pârla a sti Siuri!

Dig a to vita par tri ann sunâ
fra stent e frèd, assalt ai mont, ar pian,
dig che to mâr da spèss at l’é ciamâ
là da lontan!

E sangu e spâsim … tütt cul gran malànn
d’ona tremenda guèra mâi pensâ,
finì pr’u to bel merit dop tanti ann,
disa, o suldâ!

O miliâr ad Bobi acsé mudest
cacciâ con tütt curagg fra tanti mila,
cheûnta a to vita ‘d guèra, seû fa prèst
um da sentila!

Ardent a l’öcasion t’é fieû d’Italia,
e, pront a tütt, t’é dür e t’é passient,
lassa ch’a süffla enturan ra mitralia
part te ‘n ta sent.

Avanti , o Cruzrussa, avanti, Avanti!
Stendì ra man a num di sti suldâ:
girè dadché, dadlà ….da tütti quanti
e fâvan dâ.

Grassie, fratant, o publich generus,
Viva l’Esercit nostar salvatur,
gloria a Vitori, a tütt i valurus
d’ Italia e onur!

N.B. La signora del Sotto Prefetto Cav. Ferragni mi pregò di scrivere in versi dialettali un appello per indurre gli spettatori di un teatrino – tra un atto e l’altro di una produzione recitata da giovinette – a versare il loro obolo “pro soldati” alle questuanti vestite da crocerossine. Non ho potuto rifiutarmi (benché assai indisposto) e l’alunna del 1° corso normale Pasquali C., da me istruita, poté recitare magnificamente i miei poveri versi la sera della domenica grassa 2 marzo 1919.

RACCOLTA DI POESIE

Sassâ

Ens a gronda ‘dra Ciesa ad l’Uspidâl
a gh’era on müradur a lavurâ
e lavurand, a l’era natürel
ch’ag saitissa dé scaj fena en sa strâ.

L’empresâri vedend cul materiâl
ent l’ura ch’a passâva ad j empiegâ
“di” (l’avertissa en ton da generâl):
“quand passa i siur, suspenda ‘sti sassâ”

L’òm da gronda, ridend a sta truvâda,
uss mètta zeû in cuciòn a testa bassa,
e, sensa gnan lassâ che l’âtr’u ‘rfiâda,

Hö capi tütt (u fa), se i siur i passa …
Va ben ….darö da spèss ona sbirciâda …
e s’a passessa on gram pövr’om, ch’u massa?

I lament d’ona meridiâna

Siur padron, cöss t’hoi mậi fatt
Par cacciâm en sona strâ?
Vècia si, ma i cheûnt esatt
ghi mandậvâ contrulâ

At dirà che par l’alògg
an pagâva mâi d’afitt,
ma quar èl cull öralogg
ch’u peû fâ on gran prufitt.

L’öralogg a l’è on pendissi
ch’u disturba i sacussin
ar contrâri i me sarvissi
in custâva on sul quattrin.

Tanti ann fa, za donna fatta,
ogni amur l’era par me,
fin on gèni testa matta
un vuriva nött e dè.

Tanta è vèira ch’e mj ur
u ja ‘sgnâ tütt ventiquattar!
El pusibil pudei cur
cm’on cavall a gran da quattar?

Am godiva u me bel su
tant d’envèran che d’istâ,
suta ‘d me a du a du
gniva e donn a lavurâ.

Gh’era fin on gran siurass,
dür, avâr e bella testa,
che pugiâ sutt’u me brass
pr’on bell pess um fâva fèsta.

L’era sempar mört ad fred
sensa legna ens u fugrâ,
on pö ‘d su ch’ass fèva ved
um godiva ona giurnâ.

Ho vivid peû d’utant’ann
sempar giüsta e regulâ,
sensa mai cunuss l’ingann
da sta mond empastissâ.

Via ar su me ‘m ritireva,
cuccia cuccia ent u me nin,
e par certo in ma desdâva
gnanca i bott du campanin.

An son stata mai nujusa,
piâva u brütt e piâva u bèll,
digurdì, ma dignitusa
fâva vèd anca ra pell.

L’è par cull ch’im dâva a menta
ai bei temp du me papâ;
fresca ad faccia e suridenta
gâva leûg a fâm vardâ.

Fanda ar giüst, a sta mond che,
an sa g’ha che dispiasi;
anca ben s’at vöt i pe
in ta disa gnanca tri.

Vgilia ‘d San Culomban

Ȃria frèda da neiv e ciel pesant,
mâta pat tèra …ödur ad büstarnè,
nebia ens i mont e feûi a suta e piant,
eccu za fin ‘d nuvembr’ enfagutâ!

Vula farchett e cröv, i van distant
Cme si purtessa en gir de nuvitâ
Bott ad campân munotun, dulurant
Iss prulunga ensistent a batajâ

L’on concert en bemoll che fört e pian
am pâra ch’u ripèta in cantilena:
“San Culomban l’è ‘dman … San Culomban ….”

Me, tra me dig (entant ch’e gamb em mena)
“san Culomban u garà neiv en man ….”
Gavrùmia sta regall par ‘dman matena?

Par fâ dar ben

Dop ona nött entrega ad sunajâ
Cm’è ‘r solit ens l’urchestra dar feston,
finiva ar sabat grass d’on carnavâ,
on musicant, en vena ‘d divusion,

tant da mantegn l’usansa u s’è purtâ,
(l’era dé ‘d festa) en Cesa ar mument bon
da sèrv a prima mèsa, za sunâ
umiliand i so fall in contrission.

Ma, tra l’amur di … vin e ra nött persa
uss concentra ent on gran racugliment;
farfujand de rispost tütt all’enversa;

e quand u prèv all’Item Missa” us gira
sugnandas lü da salütâ ‘d ra gent
sech all’”Ite” , u risponda: Bonasira!

Temp passâ, present e da vègn

Da fieû g’andâvn ai bagn ad Piancasâ,
fâvan de ciüs, m’argörd e di mürin,
caciâvn i sass dasuta d’ona strâ
fin ens ar pian, e peû g’andâvn a vzin

Nüdâvam zeû par Trèbia ent l’acqa cièra
mangiâvam brign e pum zèrbi cm’u lu
seran content da jèss crugâ par tèra
con tant ad sabbia e con ra schena ‘r su.

Che bèi mument! ….. Che libar!” Che studiâ!
Gh’era stüdi peû bel che l’acqua ‘d Trebbia?
Che i nostar mont, i sass, i grill, i prâ?
Che l’âria câda, sâna e sensa nebbia?

Quanti ann è passâ, Dio Signur!
Te, fontanin, alura dasmentgâ,
ch’at curiv ens i scheûi nüd, sens’on fiur
te gnid on uggett, rob ad lüsso rissarcâ:

Te ‘t ghè palassi, adess, at ghè onur,
t’e content anca te fa jèss ar mond,
te at guariss ogni mâ, ogni dulur
e ‘t lass a nün sentiment prufond.

Che Diu ‘t benedissa, o Fontanin!
Viva en etèran, sempar con unur,
dà salüt ai Bubbièis, ai Piasentin,
dispensa grassi a tüti, pâz e amur.

Bobi 4 agust 1907

N.B. Composta in fretta ad invito dell’amico Avv. Malchiodi e pubblicata sul numero unico “Le Terme” per l’inaugurazione dello stabilimento balneario di Piancasale

ADIU, PRESEPI

O presepi delissius,
l’è finida anca par te,
nün con l’anma e con ra vus
beneduma i to bei de!

O presepi me ‘t salüt
Con l’amur particulâr,
pin ar cheûr a tigna tütt
l’è ‘l regall èpeû bell e câr.

Dentr’ad me gö tristèssa
ch’am turmenta cm’on dulur,
vul pensand ch’a to belessa,
a vivrà peû pöchj ur.

O montasgn ad cârta pista,
o vision dar matürâl,
i pensier da ‘st’ura trista,
i rempiansa i de ‘ Nadâl.

A Nadâl …. A sö ben me …
gh’era l’ansia ‘d vedat fatt
e pariva che sti de
in gavissa peû riscatt.
‘Arda, en veci che disdèta
Vula ‘r temp e bèi giurnâ
E con füria benedetta,

O Gilindi fa bobn viagg
e salutam to mujè,
on bazin a sti Rimagg,
on salütt anca a Maffè.

Turnarì fra dudaz meis
a sunan a Girumetta,
av pagruma e vostr’ speis,
o brigâda benedetta!

Turnè pura, bei Pastù
A cantâ la ninna nanna,
om e donn, adu par du,
turnè tütti a sta Cabanna.

O Presepi delissius
l’è finida anca par te,
“Gloria en ciel” a nostra vus
a ripeta nöt e dè!

A quatr’ eûcc … che ‘nsün a senta:
me, sti fèste em fan contenta!
Se i sentissa a dil en piassa,
i vusrèva: “Gururassa,
gururassan ad piâsa a ‘lcâ
te ‘t viv sul par mangiussâ!”
Sutta a mörsa da st’acüsa
quâr sarissa a mia scüsa?

Par di ben, a vèss sencer,
l’è distant u me pensier:
Vâra peû sta Cabanott
che turon, pastiss, biscott.
S’an gavissa pont d’unur
da stâ en cà diversi ur,
me sarissa sempar ché,
ga staréva nött e dè.

Ma dè menta che spetacul!
L’è on incant, l’è on ver miracul:
Bei montagn con tant ad fioca,
piant e piant sense ona broca ….
tütt l’empronta d’on gran frèd
tant cme adèss j’a vurì crèd.
Ghè vallon e ghè senté,
e gran gent ch’a vègna a pé.

‘Arda làquanti pastù,
parsturèll a dü par dü,
ghè Gilindo e so mujè,
ghè Medore, a ghè Maffè,
peû Ninetta e Serafina
Che marcâ! Cöss tirt’a man!
J fan ‘d l’âtar sti paisan!
Pr’ona vus dar Paradis
j’han avid on gran avis
che lontan ent on stalìn
gh’era nüd on bel bambin;
e i curiva par vistil,
par scaldâl e par nutril!

Slârga j’eûcc e vâda ben
Ona greppia, on pugn ad fen!
Mört ad frèd là gh’on pövrìn
E dad sura u beû, l’asnìm.
Là da spârt ghè I genitur
da sta mìs en gran dulur;
en dulur pr’u so patì
e pr’i stent bell e sfinì.

E cös’ eja chil Siuron
di camei ens u prupon,
dritt e dür, vistid pulid,
in camin tütt trì unid?
Jèn Rimagg che da lontan
Iss s’asvéna a sti paisan;
J gran pach e scatulon,
ör, encens e di bombon

Che grandessa d’on misteri!
A pensâ ch’ ar Re di Re.
L’è nassid ent e miseri,
sensa dè tanti parchè.
S’en snuciuma seri seri
e “implorando colla fè,
Vita e pace, canto amore,
rendiam grazie a Dio Signor”

ÖRASION

O benedett Gianelli ‘squâsi Sant
purtậ pr’i vostar merit sura e stell,
o Vesch miraculus. Bobi esültant
incheû l’è fin peû bell.

Coi sentiment dar cheûr nün av preguma
da tègn on pö dacheûnt a nostra vall.
Veû, cap di penitens, na ‘vdì ch’a suma
quâsi cme gent en fall?

Dèn vènja da fa ben custantement,
fè che lontan na staga ogni disgrassia,
o beatissim suvran, tant endulgent,
fèn a sta bèla grassia!
Ma n’è mia sultant par sta giurnè
ch’empluruma en znuciòn di benefissi
sempr’ogni dé parum da veû a prega,
a dâv a sta pendissi.

Pendissi da vardan con l’eûcc pietus
e strenzan mèi con Ciavr’ e con Piasensa,
o Gianelli, sentila a nostra vus,
abbi tanta passiensa!

Da za che avrì leûgh, en Paradis,
da ved San Culomban, nostar Patron
ch’u daga tuti ben, pâz, armunia
gloria par Lü, par tuti i Sant unid,
e sempar così sia!

RAGIUNAMENT D’ON SCULȂR

‘Dèss ch’a rolla e bèi giurnâ,
long, etern’ a culp ad su,
i sculâr che, par girâ,
j’andrissa en bucca ‘ u lu,
j veû ben ‘ ar Giuvidé
rich ad lüs e d’âria fena;
i vuréva tütt i dé
‘sta vacansa birichena.

Sö ben me se; ar Giuvidé
l’incuraggia anca a stüdiâ:
at vèd gent d’ogni mesté
con passion a lavurâ,
e ‘t ta mèt a u tavulìn
dür e seri coi prublema,
o t’empieg a to matìn
a sbatt feûra quârca tema.

Peû ghè ‘d j’ur anca da matt
d’andâ en gir a sgambettâ …..
I vestiâri I pâra adatt
Pr’e campagn a vèd j’agnâ.

Si ….l’è vèira! Ghè ra fèsta;
ma cöss èla pr’i sculâr?
On martiri …. on rompa testa
ch’u tribülla tütt e mâr:

Camìs nètt e bèi vistì
scarpett lüstrâ … u so capplìn ….
an pö ‘d Ciesa, tant par dì
e ‘t salütt bella matìn!

Fena a l’ura dar mezdé,
uh! ….. va là ch’at vè d’incant:
on buccon ens i dü pé
e peû, gamba … e va distant!

A ra sira, tütt a sporch
ass va turna vèrs ra cà:
vusament e crèp ad porch
l’è ra sena ch’ass ta dà.

Sul alura at vègna en ment
i duver ch’at ghe da fâ
e u ta bronca ar pentiment
d’avèi pers tütt a giurnâ!.

Vedi postilla:

E dop tütt, santa passiensa,
anca i mèistar i gan rason
da pretend gran diligensa,
compit bèi e bonn lession.

L’è par nün ch’i sa spulmona,
par fân om en sucietâ,
certament I s’endispona
s’in na vèda a plandrunâ.

Cara scola benedetta
ama e vita di student,
at cantruma ciära e netta,
a cansion di fieû content.

TUCA A CHI TUCA

Benone siur patron, l’ha fatt pulid
a stâssan tac ar feûgh a l’ustaria!
Par sent e buricâd’on pövar trìd;
lü purtâss a teatr’? Oh, on eresia.

L’è vèira s’è tratt feûra on mücc d’envid
par sta fèsta a favur dal …. Via …via…..;
ma cul bonton che lü l’ha sempar avid,
u s’abassâva trop, capissal mia?

On om cmé lü tütt penna e scartafass,
andand lamò par sent on straffalâri,
propi la santa sira de lümass,
u piâva dar cujon pen ‘d l’urdinâri.

Beneficensa ….oh bèla! Adâsi on pass:
ch’u dreûva u scud par piâss …dar strafusâri

sabat 22 Xcembar 1922

Una simpaticA lettera scritta al figlio:

An capiss on assident
dond finissa i to diné!
Te te sempar en torment ….
t’en manduma e mai tag né!

Vârda on pö d’andè ‘dasiott
ah’an te miga sta siurass
s’an ta peû mangiâ rizott
fat la ben coi rimulass.

Sti sigâr, ste sigarett
ch’ét consüma l’oss dar coll,
jèn ragas … con poch rispett,
e nen miga röb da scoll.

Röb da scola: grech, latin!
Le ‘gh’dev jèss ‘d’l’abilitâ.
Cös ah nöj ch’at sii zarbin
s’an ta serch da migliurâ.

Par riguârd a u to gni seû,
A t’an fé propi piasì!
Vee ‘n dé ‘d sabat ….quand at veû,
menan püra dü o trì.

Vârdaben ch’a bicicletta
l’è zamò ‘n riparasion,
m’ag veû calma benedetta,
par mancasa ‘d cuvarton.

Donca, adiu. ‘rvèdass prest,
ciapa entant chil sett ch’at mand,
sta seû ‘legar…fa bon fest,
studia sempar … a t’arcmand. To pâr

I lament d’ona meridiậna

O Repösi, cöss toi fatt
par cacciam ens ona strậ
vècia sì, ma i cheûnt esatt
ti furniva contrulậ.

At diré che par l’orlogg
an pagậva mậi l’afitt,
ma quar èl cull’öralogg
ganerus arto prufitt?

L’öralogg l’è on pendissi
ch’u distürba i sacussin..
da me enveci ad gậv sậrvissi
sensa speiza d’on quattrin

Tanti ann fa, za donna fatta,
ogni amur l’era par me
fìn on géni testa matta
um vurivz nött e dé

tant’è veira ch’e mii ur
ja ‘sgnậ tütt ventiquatar!!
ürmậi te ‘pudìva cur
cm’on cavall a gran da quatar!

Am gödiva u me bel su
tant d’enveran che d’istậ
sutta ad me a du a du
gniva e donn a lavurậ

gh’era fin on duturass
cậrgh ad söd e rich ad testa
che pugiậ suta u me brass
pr’on bel pès un fậva festa;

l’era sempar mört ad fred
sensa legna ens u fugrậ,
on pö ‘d su ch’ass fessa vèd
um godiva ona giurnậ.

Ho vivid peû d’utant’ann
sempar giüsta e regulậ
sensa mậi cunuss l’ingann
da sto mond empastissậ.

Via ar su me m’artirậva
chieta chieta ent u me nìn
e tu giür ch’in ma desdậva
gnanca i bott du campanin

Dalla Libertà del 4 novembre 1985

UN ORIGINALE POEMETTO DI PIETRO MOZZI

Cantò in dialetto bobbiese la vita di S. Luigi Gonzaga

Vita ad San Luigi Gonzaga è una poesia on vernacolo con un processo espositivo tipico di una ballata di intonazione popolare, impostata su un crescendo sia di contenuto che di tono. Il Santo è privo di orpelli della tradizione conto riformistica e riportato a una dimensione umana più godibile e apprezzabile.

Pietro Mozzi, con piglio quasi manzoniano, nell’esordio della sua lirica, si rivolge ai futuri lettori della medesima e, con un delizioso di ammiccante ingenua, li interroga sul Santo protagonista dei suoi versi. Perché questo esordio? È ovvio: per instaurare un clima di umana solidarietà e partecipazione, per far sì che lettore e personaggio s’incontrino per così a metà strada, l’uno elevandosi un po’ al di sopra dei dilemmi quotidiani e dei fastidi quotidiani, l’altro distaccandosi dal cliché nobile e solenne, ma a lungo andare anche un poco improbabile, dell’agiografia ufficiale. Il campo in cui si incontrano sarà così la vita, la cui trama esterna è all’incirca analoga sia per il Santo che per l’uomo comune e il cui vero significato risiede nello spirito in cui viene vissuta. Questo punto di contatto riesce a fare di San Luigi un contemporaneo sia per chi scrive che di chi legge. Conferisce una morbida corposità ai versi che non hanno mai la pretesa di dimorare nel regno dell’astrazioni e dei concetti, bensì quella più consona all’arte del vernacolo, di inserirsi nell’universo delle dimensioni empiriche, di quelle prospettive che scorgiamo ogni giorno, ma che hanno bisogno in un evocatore affinché posiamo lo sguardo su di esse con stupore e con affetto. Non per questo l’autore rinuncia a far tralucere qua e là il senso del divino: egli non cerca di spiegarcelo, ma di trasformarsi in una sorta di testimone oculare che passa dal riso al pianto, dalla descrizione alla celebrazione con acutezza di sguardo e profondità di intenti.

Il modulo biografico si snoda senza incertezza, pur nella varietà dei procedimenti. Ora accetta l’aneddotica spiritosa, ora intinge il singolo episodio in bagliore di premonizione.

L’era vestig da pagg, en mant e spâda – con tant ad piüma e l’arüss ar coll – on bel fieû, ad tredz’ann … e che truvâda – s stâ sempr’en daspârt sensa paroll! – Ona truvâda? O custa l’è neuva! – L’è ödur ad santitâ za miss a preûva! – L’è santa vucassion, l’è penitensa – cöss serva mâi a fâ tanti discurs? Preghiera, caritâ, gran astinensa – e fed ar Ciel, j’ent tütt e so risurs; se ‘r Signur u ga dat a sta bel don – l’è enütil enaviâl a tentassion – ( … )

E passa ‘r temp…. E dagla con sti giostar – da studi e penitens, con ra ra speranza – d’assicurass on post en Paradis, – sens a pensa ch’a l’era San Luis!

Basta il fascino di una data del passato, il susseguirsi di alcuni nomi altisonanti dalla casata dei Gonzaga, ed eccoci, come d’incanto, proiettati indietro nel tempo, eccoci in cospetto del piccolo Luigi di fronte a cui l’autore si spiega con sorridente stupore. Un bambino – sembra alludere Pietro Mozzi con i suoi versi – un bambino come tutti gli altri, le sue birichinate, i rischi corsi per la sua eccessiva vivacità …. Eppure …. dietro quel «galètt picapartera» egli sa bene che, già fin da qul momento, si staglia l’immagine accattivante e ascetica del Santo. Quindi senza pompa, senza alcun ricorso alla metafisica o a una teologia dottrinale che avrebbe appesantito questi semplici versi, Pietro Mozzi ci invita a riflettere sul cammino silenzioso ma inevitabile della Provvidenza, sulle sue scelte e sulle sue chiamate.

Un tale assunto appare poco dopo ancora più chiaramente nel netto contrasto che l’autore vede intercorrere tra le tronfie esteriorità della corte di Spagna. ( Ar descur ad Madrid: e lüsso e pompa, e mangiâd, e gran fest par j’arrivâ: – festa ent è cies, en piassa … e venda e crömpa … – On quarantott mâi vist e mâi pensâ. Luvigin u scansa l’alegria, – u pregga sul, lassand ra compagnia.) e gli alti e purissimi sentimenti che dimorano nel cuore del suo Luigi. Una simile dicotomia correva il rischio di condurre all’esagerazione assiomatica, alla freddezza del lavoro a tesi, che non rinuncia alla retorica pur di raggiungere i propri scopi celebrativi. L’autore ha evitato queste cadute in quanto ha saputo introdurre i diversi ambienti come se ne fosse egli stesso spettatore stupefatto. Su tutto – ben più espressivo di tutto – ha posto il silenzio di San Luigi, un vero tocco di maestria che costituisce il punto più alto di tutta la lirica in quanto permette al lettore una sosta, al fine di meditare di intuire. Inoltre è proprio attraverso questo silenzio che la poesia apre le sue strade al sentimento dell’ineffabilità. Da questo momento in poi la vicenda si sa incalzante: ormai sappiamo che non vi saranno né svolte né intoppi. Ad ogni verso e quasi ad ogni parola si sentirà crescere l’afflato mistico del Santo e, insieme ad esso, l’ispirazione del Poeta, la cui arte è come un cristallo sensibile, capace di rifrangersi con spontaneità sempre rinnovata di fronte ai grandi ideali e ai generosi sacrifici.

Matilde Orsini

San Luig Gonzaga

Ad tanti ch’a sum che ‘g ascumètt
che, ona bona metà da sti fiulàm
parland ad San Luvig in san on ètt
e s’ag ciamuma i resta lé salàm,
né forsi i san rispond ona parola
par dì s’a l’era on prèv in cota e stola.

Quattar paroll in cruz, en bon Bubieis,
dit ch’en famiglia, sensa compliment,
è pâga ra paüra e tütt è speis
lassandav sudisfatt e bèi content.
– Ass tratta d’on gran Sant, perbaculena,
e da savèi chi l’era a vâ ra pena. –

L’era on giuvnott, il disa anca è mistè;
so pâr, don Ferdinando ‘d Castglion,
l’era on marchèis da prima nubiltà;
on om ad puls, alter, ma ‘d religioin,
tütt amur pr’a so donna, Tana Marta,
marchèisona anca le, con tant ad carta.

Donca, dar millsincsent e sessantot,
ai neuv ad mars, nassiva u nostar Sant;
u prim di so fradej; on bel masciotte;
tranquill e san, mörett … e via d’incant;
sichè, gran fèst en Ciesa e pr’ar Castell …
on gazaghè, i me car, da meûv è stell.

Passa quatt’ann: u pâr u mârcia in guera
E Luvigin, za bon da caminâ,
u va ‘nca lu, galètt picapartera,
in gran divisa, em mez ai so suldâ.
Amant di sciopp, dra puvr’ e di canon,
pöc è mancâ cl’andessa a pardission.

On de, difati, uss è brusâ è parpell;
on’âtra vöta, ent l’ura dar mezdé,
za che i suldâ i durmiva ent u peû bell,
pian pianin, adasiott, en ponta ‘d pé
da sul u pörta feûra è munission,
u carga, u mira, u spâra u so canon.

Figürèv che scompili e che bacan!
Feûra suldâ, tenent e general
par savei cösa l’è sta rabadan,
chè mai s’era sentid on culp ügual.
Quand s’è savid ch’a l’era Luvigìn,
so pâr u ga fin dat dar birichin.

Par vulontâ dar Ciel, l’era ben ura
chè l’emparâva za ra vita ‘d trüppa,
(O fieuj! on fieû ‘d sincu ann, dèss ch’ass discura),
sta suldarin bel dritt e mangia süppa,
l’è turnâ da so mâr a Castglion,
tralassand feralmente puvr’ e canon.

E quanti pentiment l’ha ‘vid peû dop
par cula munission raspâ en segrètt!
Par cula bota förta, e puvr e sciop,
pr’ è paroll di suldâ coi so difètt!
U s’è dat, i me car, a vita santa
e penitensa amara u n’ha fatt tanta.

Vegna che peû (duver ad chil temp là)
pr’ âfari ad Curt e da son gran Famiglia
l’è custrett a tirâs feûra d’in cà;
e, tuccand Gènva en festa e peû Marsiglia,
co ‘r mâr ch’u fa spavent e ch’u la bagna,
u va, coi Genitur, a trâss en Spagna.

An descur ad Madrid: E lüsso, e pompa,
e mangiand, e gran fest par j’arivâ;
festa ent è ciès. En piassa … e venda e crompa ..
On quarantott mâi vist e mâi pensâ.
Ma Luvigin u scansa l’alegria,
u prega sul, lassand ra compagnìa.

O Luvigin ve che, sta ‘d bonümur …
at preghrè dop, va là …sta seû bel dritt …
So mâr al ciama; u pâr l’è ‘d malümur.
Ma ‘n ghè ‘d versu dissaâl a tütt è ditt.
Uss adatta a ra mèj par curtesia
a fâ buca da rid ma un mola mia.

L’era vestid da pagg, en mant e spâda
con tant ad piüma e con l’arüss ar coll,
on bel fieû, a tredâz’ann … e che truvâda
a stâ sempr’en daspârt sensa paroll!
– Ona Truvâda? O custa che l’è neûva!
L’è ödur ad sdantitâ za miss a preûva! –

L’è santa vucassion, l’è penitensa,
cüss serva mâi a fâ tanti discurs!?
Preghiera, caritâ, gran astinensa
e fed ar Ciel , j’enm tütt è so risurs,
se ‘r Signur u ga dat a sta bel don
l’è enütil enaviâl a tentassion!

E tütti i fila dritt, tütti il rispèta
Par tanta inclinassion a l’ümiltâ;
se casomai, darvött ün uss parmetta
con rabbia, ent ar discurs da sparlassâ,
Luvigin, con manera, u l’envestissa
e l’antifuna tosty l’âtr’u capissa.

Pensè on pö che contrast e che disdèta
ent ar cheûr da sta Sant ass ga furmâva:
d’ona pârt gran dessü, gran etichèta
da l’âtra l’umiltâ pr’amur dal Ciel
e vita santa, duza ‘cmè l’amel.

Comunque sia, quand l’è statt a cà,
ch’en Lombardia l’è turnâ ‘ncamò,
tira, bastira e dai dadsà, dadlà.
la spiegâ ciâr e nètt en faccia ai So
che l’arnonsiava ad cheûr a tütt j’ afari
par fâ vita coi prèv en seminari.

E via da cap l’assalt di genitur
che il manda zeû a Firenze e peû a Milan
en vision da smursag ogni calur
fidàndass che Luvigg, o tost o ‘dman,
sprunâ da quarchedün u cambia tin
tant da turnâ pentit a Castiglion.

E batta le sta sass enutilment!
An ghè nè fèst ch’ a tegna o sucietâ,
matrimoni, ambassiâd, amis, paarent …
l’ è fisse ent a so testa e lassèl stâ.
Sultant a l’è content da cambiâ vita
A l’ama d’ingagiâss ent i Giusvita.

«E va», so par peû fenalmente u baja! …
A Mantuva s’è fatt on gran verbâl
qualmente Luvigin, cavand a maja
da marchèis primugenit tali quâl,
u la remba a Rudulfo, so fradèll
coi titul e l’assegn du so fardèll.

Felicenotte! O mond baloss adiu!
Sta ben en giostra e fört ent è batali;
me, son suldâ anca me, ma suta a Diu,
son valurus pr’ar Ciel e mâi ‘n a sbali.
Fè püra, o gent e guèra e gran baldoria,
sultant par me ghè preparâ la gloria!!

Uss pörta a Ruma, an digh con strapass,
passand e mont e pian con pöch ajutt,
mört ad frèd …affamâ … a pass a pass,
co ‘r Cricifiss en man ….e dappartutt
l’è fatt segn ai salüt cou rivertensa
e rimirâ par tanta penitensa.

A darsètt ann u passa ent i Nuvissi;
a lè, tant par cambiâ, fam e preghier;
macerassion dar corp e sacri fissi,
studi prufond; ma lü, bel düro e fier,
un mola endrera on pass d’u so pruposit,
u ‘scörda ar mond e tutt e so spruposit.

Meûra so par! U disa on patar nostar
scrivend dop a so mâr in condugliansa.
E passa ‘r temp … e dagla con sti giostar
da studi e penitens, con ra speransa
d’assicurass on post on Paradis,
sense pensâ ch’a l’era San Luis!

A ventüb ann, campion da predocâ
quantunque ancura a stüdi ent on Culègg
u ‘gava on mond ad gent enfularmâ
atenta a buca averta al gran manègg
da sta fieû passiunâ d’ona manera
che par l’incant ass ga tacava adrèra.

Pastiss ad cà, il ciama a Castiglion
e sta noia al distürba bell’e ben;
rivand lamò l’aspiana ogni quistion,
u metta süccar dond a ghè velen;
e quand u pârla i tasa pr’emparâ,
e quand ag pâra u tacca a predicâ.

Pr’andâ a Milan u passa da Piasensa
con di fredd, i me câr, ch’i sciappa i sass;
e rivanda a Milan ag veû passiensa
a sbatts’ en lett essend ridütt on strass.
Sempar tranquill, content e rassegnâ,
curâ pulid, u caccia via ar mâ.

Ona matin però, tant ch’u pregâva
(l’era ancura a Milan convalescent),
l’ha senti ona vuz ch’a l’arciamâva
e, sensa perda tant in compliment,
a ga prunusticâ prest a so mört
incuragiandal d’ess dispost e fört.

Eccu parchè sta Sant, ens è mistâ,
l’è là ch’u vârda on teschio e ‘r Crucifiss;
aposta par cull lé, par memurâ
sta gran vision dar Ciel ch’a metta i sgriss.

On âtr’ en ti so pagn, specie on giuvnott,
l’avrissa piâ on spavent da crepâ sek,
envece Lü … par Lü l’è on tern’ar lott:
a parlâg ad murì lu ug treûva lek.
Sudisfatt e content da sta vision,
l’aumenta pèz è so macerassion.

U turna a Ruma, en facia mâlandat
con tant curagg da fa scapâ i leon,
e sübit, sensa perdass, ditt e fatt,.
u tuca a meditâ di gran libron
e par quant i la prega da stâ feram,
u risponda d’an creddas peû on enferam.

Scoppia ona pèst ch’a massa quasi Ruma,
l’è le ch’u drocca .. u pensa a j’amalâ;
e par quant ass ga predica che ‘ensuma,
l’ha da vardässan ben e lassâ stâ,
u va con tant ardur a l’assistensa
ch’uss ciappa seû anca la sta pestilensa.

L’ha migliurâ, pör om, on stissinin,
cürâ da prencip tali qual a l’era;
ma za sunava l’ura da so fin
e da cavasla an ghera peû manera.
L’è on magon generâl di cunussent,
envece l’Om u mustra d’ess content.

E si! L’era content perchè a so vita,
fatta ad preghier e d’ogni sacrifissi,
l’era stata curètta e sempar drita,
lontana dai rancur e da è malissi.
Luvigg l’on Parsunagg tra i peû fedel
suta rifless da guadagnâss ar Ciel.

E sum ai vent ad giügn dal ‘nuvantün,
a nött parfetta .. L’entra en agunia!
On salmudiâ sutvuz fat d’ognidün
di present …. L’èn spirâ! Gesumaria!!
L’è mört on fiur, on gili d’ennucensa
tutt affett, tutta vita ad penitensa.

L’è mört pr’ar mond; a s’è distrütt on Om;
Ma l’anma eternal a viva peû che mâi!
E’ compars da ra tera on galantom;
ma on gran spirit ch’u calma i nostar guai
l’è en alt dispost a dan l’assolüssion
basta prumett da jess peû brav e bon.

O Prutetur da nostra giuventü
pür e modest cm’i fiur ad primavera,
dèn on stissin da Vostra gran virtü!
A suma on pö cativ försi l’è veira,
ma con a Vostra grassia, o San Luis,
gniruma on dé par vedv’ en Paradis.

Ricorrenze

On salutt al Consiglier d’Apell Avv. Nicèli

Quattördz ann ch’tè tra nün
sempr’en vena d’alegria!
ga scumètt ch’an treûv ansün
c’ l’abbia güst ch’u vaga via!

Da lontan l’è gnid chimò
Strombassâ par galantom,
giüdis brâv, con dar fatt so,,
pen ‘d facèssi e gentilom.

Ziu Pianèll l’è statt content
Ad gavèjal da sti pârt,
E l’ha scritt, on bèl mument
“Benestare” ….enviand e cârt.

Spaccaforno uss n’è ‘rgurdâ
ma i Mudnèis, tutt envidius
Jâva fin deliberâ
da tratègnal sti nuius.

“ Ma ‘csa fâl … ma iin ‘d quill rob. …..
ma par coss vörl ander via !?”
e lü düro: “ Vagh a bobi
sia pür cm’è santsisìa!?”

E l’è gnid fra sti montagn
surident e sudisfatt
tant cme cul ch’a fa guadagn
s’ag va vèn on quaich baratt

U prim dé “ Ch’èl mai cul fiue?”
Siur Niceli, on giüdis neûv,
on bèl om e ‘d gran valur …
“ ed famiglia ag n’âl da meûv?

Mia pr’ âtar …. Par savèi
se dar vöt ag ucurissa….
Gö d’i alogg arius e bèi,
e con pöch u contentrissa.

Tgniv en ment, se casu mâi ….
dèss cm’è dèss l’è dar Baron,
s’u sarchèssa d’afitâi
combinruma all’ucasion

Ma sta giüdis tanto ball
U n’è andatt guer a sarcâ,
sübit pratich da sta vall
da lü sul u s’è rangiâ.

Tr’on salütt, on vatt a massa,
sempr’en ton gentil, curteis
ditt e fatt l’ha rutt ra giassa
Fands amis tutt i bubbieis.

Con criteri e mente avèrta
en giüdissi l’um truvâ
e l’ha sempar datt l’ufèrta
d’on om seri a ragiunâ

Cm’a farumia abituâss
se u va zeû fena a Scrivlan!
Ai si feudi, a tribülass
l’esistensa coi vilan?

Quand l’è stuf ch’u turna che …
Coi bubieis par mücia d’ann;
u vedruma tütt i dé
sempr’in gamba e sensa affann.

Basta adèss, siur cavajer
An veûi propi peû secâl,
Sa on evviva coi bicier …
alt ar cheûr e seû ‘r murel!

On evviva a so familia
On augüri d’om sencer,
söd, salütt gioia ety similia
Mussi, povar cancellier.

On salütt al Consiglier Ninetu

Quattördz ann ch’tè tra nün
sempr’en vena d’alegria!
ga scumètt ch’an treûv ansün
c’ l’abbia güst ch’u vaga via!

Da lontan l’è gnid chimò
Strombassâ par galantom,
giüdis brâv, con dar fatt so,,
pen ‘d facèssi e gentilom.

Fin Pianèll l’è statt content
Ad savèjal da sti pârt,
E l’ha scritt, on bèl mument
“Benestare” ….enviand e cârt.

Spaccaforno uss n’è ‘rgurdâ
ma i Mudnèis, tutt envidius
Jâva fin deliberâ
da tratègnal sti nuius.

“ Ma ‘csa fâl … ma iin ‘d quill rob. …..
ma par coss vörl ander via !?”
e lü düro: “ Vagh a bobi
sia pür cm’è santsisìa!?”

E l’è gnid fra sti montagn
surident e sudisfatt
tant cme cul ch’a fa guadagn
s’ag va vèn on quaich baratt

Suma tra nün amis, quâsi fradèj,
tütt canarada ensema ent on Partì,
quindi ass capisma forsi on pö mèj
a trâ en dialètt chill pöc paroll da dì.

Cul da scriv Italian, l’è on sert mesté
Ch’a l’ocupa ‘r sarvell e u mètta in crist,
donca tajum ra cörda, e funa acsé
parlum bubbieis e …. chi t’ha vist, l’ha vist.

Sicchè …. ‘g’uma Ninètu avajier?!
Va bèn ! … Con tanti cruz, lavù pesant ….
scrupul, fastidi, bâgh, noj e pensier,
on’âtra cruz, ensuma, a va d’incant!

Ug’ha però e spall bon par tutt i vers
Quindi, dé crus u peû purtân – me pens –
dé gross e dé picen, ad pèis divers…..
fissal püra u cruson ad San Lorens

Dat chimò, sta giüdissi e sansiunâ
sens âtra revision, visto e controll
che ens ar post sarìs mèj deliberâ
da fäg pend ona crus anca d’ar coll.

L’on Om ch’u porta bota, l’on Carnera
risulütt, digurdì, tutt ardiment ….
donca avanti! Truvuma ra manera
da fâl Cumendatur, on quârch mument!

Ch’a staga che pr’adèss e ch’un na senta
che parbaccu. L’è bon d’avèisl’a mia!
Siv mia (sul savissa, cös u ‘dventa !?)
Scumètt ch’uss dimetrà da Pudesta!

Ag calrisa ancamò sta gran ruvena
pr’u nostar Bobi, pövar …. Sulitâri!
No, no! Pr’adèss tasuma; apena apena
‘s presenta l’ucasion ……. Fuma l’afâri.

On etâr bon disnâ …. Du vèrs en pé
On evviva da cheûr fatt en sentut,
quattar ciàcciar tra nün, miss bèll e ché
e ‘n ocur â trè siur Comeendatur.

Entant che a prestuma ‘sta piasì
Par cul ch’a sarà dop, certo e sicür,
finuma sta disnâ col bon sârvì
d’on salütt sencer e pür afrettâ

Sa donca avanti! Fum passà i bicer
en alr ar cheûr, vusuma on alalà
viva Ninetu in crus da cavajer
e gloria a lü pr’i secul ch’a gnirà

MATRIMONI MACHIN – PAVESI

Oh perdinci! Dâj e mèsda
ronda e gira e tègnla dèsda
feralmente ag sum rivâ
ad savèida maridâ!

Assidori, ag n’è vurid
par fâ tütt e röb pulid!
Peû ‘d sèdz ann i giaminâ
Par pudèiv incheû spuzâ!

Ma fa gnent: ass ta gran pass
te, Machin, (sensa fracass)
at le fatt da galantom
compagnand Santina en Dom.

An pö ‘d ciesa e d’atr öfissi,
sent butilli en sacri fissi,
on disnâ da romp e cost ….
e va la! T’um miss a post.

L’era ura e son content
da sta to divisamente!
S’an s’è propi on’anma pèrsa
con l’amur an sa ga schèrsa

Ad Santìn ag h’è mé jüna
( tegna en ment a to furtüna)
Bèlla, brâva e da lavù,
con ‘dra scörta e tèra ‘r su.

Sudisfata a l’è Benedetta,
gh’è Pavesi ch’uss diletta
da pudèjav tegn en ca
sempar câr cmè dez ann fa.

Zènr e seûsra jèss ensèma,
bon tranquill e tüta flèma,
l’on miracul tanta râr,
che peû stüti meno empâr.

Ghì l’amur caciâ en famiglia
Che pr’ar bèn tütt uv consiglia;
fa ch’u düra a sta manera,sempar giüst, con bèlla ciera;

j a gnirà sincu o ses fieû,
bon, pardiana, tirej seû!
Tirej seû con pöch fadiga ….
Gh’è Benedetta ch’aj nudriga!

Sempar göd, salütt, amur
Longa vita, pâz, onur,
l’è l’auguri nètt, sencer,
‘d Mozzi Augusto cancellier.

MATRIMONI

Siur avucât! Caciumla en bon bubbièis:
Cös èi tütt a sti lâgrim ch’a so siura
Ass lassa brillâ ens jeûcc s’an ghè d’öfèis!
Cös èla sta malura?

O san Bendètt! .. Parchè Nene a so fiûra
Incheû l’è maridâ, veûrla amalâss?
Veûrla pensag en sima s’a va feûra
Nene par acasâs?

Ass capissa: jèn giuvan, i discura ….
Iss sbircia, iss fan sègn, iss vârda fiss,
Gira on bigliett … du parulen e cura —
Jèn röb sensa pastiss

Ma sti röb j an da vegn a conclüsion,
quindi: prugett, richiest ai genitur,
spers e dispers … en ültim confüsion,
tütt par destin d’ amur.

Amur en tona ca ‘l’on gran scuncert!
Ens ar presippi e cös pâra etèran,
‘s vureva e ‘n sa vureva … as resta encért
J’ è quasi zeû ‘d guveran!

Peû dop – quand s’è decis –rincrèssa tant
Parmètt ch’u nostar sangu u s’alontâna
Restâ sens’u brass dritt, priv da st’incant
An pâra miga piâna.

Ar mond, siur Avucât, l’è fatt acsè:
L’ona reûda ch’a pirla e via e via,
da prima s’è giuvnott e peû s’è ‘msé
ag veû filusufia!

Donca …. Curagg! Ch’u diga con ra Siura
ch’a vârda da stâ alegra peû ch’a peû
ch’u serc ’d parsüadla, ch’ug discura….
ch’ug diga cul ch’u veû.

Ch’ug diga adèss, pr’ esempi, che ‘r Pretur
l’è on om cha l’è ona pèrla par bontâ;
ch’u viva tütt pr’a spusa, tütt d’amur,
che ‘d mèe ans peû truvâ.

Basta, pr’adèss;lass en santa pâs;
finis parchè gniréva tropp nuius;
ch’u scüsa s’a son statt on ficanâs
ch’u diga: Viva I spus!

N.B. In occasione delle nozze della Sig.ra Clotilde Della Cella (del Cav. Italo) col sig. Avv. Maria Gallo, Pretore di Bobbio

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